Staccare la spina!

È un’espressione entrata nel linguaggio comune, che può avere svariati significati. Può indicare l’interruzione dell’alimentazione di una macchina, come quando si spegne l’apparecchiatura che continua a mantenere artificialmente in vita chi è già considerato clinicamente morto. Analogamente, può indicare l’atto con cui si provoca la fine di qualcosa che è in profonda ed irreversibile crisi. Insomma, si stacca la spina ai malati terminali come ai governi senza consenso. Ma può anche indicare la cessazione di un lavoro particolarmente stressante, i cui ritmi serrati non permettono di dedicarsi a se stessi e la cui routine ci impedisce di vivere, concedendoci al massimo di funzionare. Si stacca la spina quando non si hanno più speranze: speranze di vita, di gioia, di dignità.
Quando non c’è più vita — vita reale, autentica, non un suo surrogato — c’è solo una cosa da fare: staccare la spina. Per morire definitivamente, forse. Ma anche e soprattutto per trovare il tempo e la possibilità di ricominciare a vivere.
Questa civiltà è un malato terminale. Funziona ancora, occasionalmente, ma non vive più. Può gonfiare portafogli, ma non può far battere il cuore. Si mobilita per incrementare bisogni, ma non muove un dito per realizzare desideri. Organizza pubblici spettacoli, non esaudisce fantasie singolari. Risuona di pubblicità, mai di poesia. In un’esistenza trascorsa giorno dopo giorno all’inseguimento del denaro (e del potere), si finisce col perdere ogni gioia e fierezza. Allora, che senso ha permettere a questa civiltà di sopravvivere? Meglio staccare la spina, meglio interrompere il funzionamento delle sue macchine — che poi sono le stesse che permettono il funzionamento delle sue banche, delle sue caserme, dei suoi supermercati, delle sue industrie, delle sue questure, delle sue scuole…
È quanto sta accadendo sempre più spesso in Francia, ad esempio. E dato che i mass-media passano sotto silenzio o travisano le loro ragioni, talvolta sono gli stessi amanti della vita a prendere la parola.

L’eolico, la guerra e la pace

Nelle prime ore della notte del 3 agosto, nel nord Bugey, alcuni nottambuli s’avventurano su un crinale un tempo coronato dalle cime degli alberi, oggi dominato dalle macchine dell’industria eolica. È per esse che i ribelli sono usciti stanotte, per distruggerne una, o magari due. Si danno da fare e presto si ritirano nei boschi. Alle loro spalle, a circa 100 metri al di sopra del suolo, le fiamme cominciano a consumare la struttura con un crepitio metallico.
Il Bugey è già tristemente celebre per la sua centrale elettronucleare. Ahinoi, le infrastrutture dell’atomo non hanno l’esclusiva nella distruzione di queste contrade trasformate in risorse, preliminare della energia-merce. Qui la foresta è lacerata da linee elettriche e da strade sterrate, devastata da città e villaggi, con le loro segherie, cave, stazioni sciistiche… e ora col loro parco eolico.
Si può studiare attentamente un modo di produzione, analizzando un gran numero di parametri relativi. Si possono fare calcoli, analogie, paragoni, ipotesi, deduzioni. Si può anche considerare che tutti questi dati seri sono gli elementi del linguaggio di una mentalità tecnica e quantitativa, che questa stessa mentalità scientifica presiede ovunque all’amministrazione di persone e cose. Che non esistono energie alternative o rinnovabili. Total, Areva, EDF e Vinci sono tra i maggiori investitori nel settore eolico. Che esiste un solo leviatano che diversifica e ottimizza la sua produzione di megawatt. Una guerra insidiosa e devastante viene combattuta contro tutto ciò che non è ancora riducibile al capitale. Che lo si ignori o che lo si riconosca, essa ha conseguenze tragiche sulle nostre vite. Ribelli senza causa né speranza, entriamo in questa guerra consapevoli di essere niente, desiderando tutto. Vittoria e sconfitta non sono più nel nostro lessico, l’essenziale è altrove, si trova interamente nell’atto di combattere.
Di questa guerra, che si intensifica sugli sfruttati che resistono da molti anni, andiamo fieri e inviamo il nostro più alto rispetto a tutti i ribelli che lottano contro i nostri nemici. Grazie a te Burienne che combatti contro il nucleare e il suo mondo, a te a Briançon e dintorni, che vuoi distruggere le frontiere e mostri la più bella solidarietà internazionale, grazie alla Borie e tutti gli altri squat che sono altrettanti bastioni contro un ambiente mortifero in cui la legge ELAN è una nuova arma di distruzione di massa nei confronti delle occupazioni.
A tutti coloro che non hanno relegato i loro sogni sul cammino del rimpianto, grazie, le vostre battaglie ci ispirano.
Lo Stato è in guerra e dispone di mezzi illimitati per domare la ribellione (militari, sbirri, servizi segreti, media, scuola …). Finiremo, senza alcun dubbio, come molti dei nostri amici, compagni ed antenati, prigionieri di guerra come nemici della repubblica o uccisi da questa milizia. La prigione, arma di terrore utilizzata per dissuadere, reprimere e poi distruggere la nostra vita sociale. Il terrorismo di Stato si abbatte sulle classi più povere con questa arma che distrugge la nostra immaginazione, i nostri desideri, e quando il terrore psicologico non è sufficiente si spinge fino a distruggere le nostre carni. È spaventato, uccide, mutila e si serve delle peggiori tecniche di manipolazione di massa per pacificare la popolazione.
Ci sottraiamo alla passività e alla rassegnazione di fronte a questa guerra di cui non vedremo la fine.
Poiché le nostre vite sono condannate, combatteremo fino alla fine.
[https://nantes.indymedia.org/articles/42325]
Fatto particolarmente significativo, la libera circolazione dell’energia sta sviluppando una nuova forma di internazionalismo — una lotta senza frontiere. Ciò che avviene all’estero può trarre ispirazione anche da quanto accade sotto casa. Non ci credete?

Contro la loro energia che alimenta questo mondo disumano, azione!

«Ma sì, ma sì!» gridava. «E io l’andrò a scovare dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per farle sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria. Che ne dite, ragazzi, ci diamo subito una stretta di mano? Mi sembrate gente di fegato»
(Moby Dick)
Marzo 2018 – Nei dintorni di Cannes abbiamo mandato a picco, praticando dei buchi nella chiglia, l’imbarcazione a vela di un ingegnere affiliato alla Bonatti Spa, responsabile tra l’altro del gasdotto Tap in Italia.
Contro la loro energia che alimenta questo mondo disumano, azione!
Monsieur Simon, se non abbandonerà il suo posto perderà la casa oltre alla barca. Converrà con noi che non sarebbe vantaggioso.
Alcuni marinai anarchici superstiti di Kronstadt
[https://nantes.indymedia.org/articles/42347]
Dal che si deduce che l’energia è ovunque, che le infrastrutture energetiche sono ovunque, che i responsabili delle grandi opere energetiche sono ovunque. E che, se non staccheremo la spina a questo mondo infame, perderemo l’illusione oltre alla vita.
Converrete con noi che non sarebbe dignitoso.
[12/8/18]
[Tratto dal sito internet finimondo.org]
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