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Lunedì, 2 giugno…

È il 1919. È notte. Nell’arco di un paio d’ore, all’incirca fra le 23 e l’una, gli abitanti di sette città degli Stati Uniti – Boston, New York, Paterson, Philadelphia, Pittsburgh, Cleveland e Washington – vengono bruscamente svegliati da un boato. Da un’esplosione. Non si tratta di un incidente, evidentemente, ma di una bomba. Di più bombe, composte ciascuna da quasi dieci chili di dinamite caricata con pezzi di metallo. Non v’è dubbio che la mano dietro a tali attentati sia la stessa, inverosimile pensare ad una coincidenza. Inoltre gli autori hanno lasciato su tutti i luoghi delle esplosioni un certo numero di copie di un volantino, un medesimo volantino, stampato su carta rosa.
Ma chi è stato colpito? E, soprattutto, chi è stato a colpire? Chi ha osato realizzare un attacco su così vasta scala nel territorio degli Stati Uniti? E perché? Cosa c’era scritto in quel foglio?
A Boston ci furono due esplosioni. Poco prima della mezzanotte saltò in aria la casa del giudice Albert F. Hayden, al n.11 di Wayne Street, nel quartiere di Roxbury. La sua dura sentenza contro i manifestanti del primo maggio – sentenziò un ispettore di polizia – aveva «senza dubbio fornito il motivo della bomba». Lasciato sul loggiato, l’ordigno demolì tutto l’edificio, danneggiò cinque abitazioni adiacenti e mandò in frantumi tutte le finestre della strada. Nessun ferito. La famiglia Hayden si trovava nella casa di vacanza di Plymouth, ad eccezione del figlio Malcom, ventenne, che quella sera era uscito. Quando avvenne l’esplosione, era sulla via del ritorno a qualche centinaio di metri di distanza. Tutto ciò che vide era una macchina che si allontanava velocemente.
Due minuti dopo la mezzanotte, una bomba simile esplose contro la casa del deputato Leland W. Powers, a Newtonville, in periferia. Powers, con le sue due figlie e due domestiche, era presente in quel momento. Solo la figlia Polly, di quattro anni, rimase leggermente ferita dall’esplosione. Un frammento di vetro le graffiò la guancia. Leland Powers era figlio di Samuel L. Powers, ex-membro del Congresso ed avvocato di William M. Wood, dirigente della American Woolen Company, nei cui stabilimenti erano in corso degli scioperi. Lo stesso Leland Powers, deputato dello Stato del Massachusetts, aveva introdotto una legge contro la sedizione che prevedeva una condanna fino a tre anni di prigione di chiunque, attraverso la parola o lo scritto, avesse sostenuto o incitato alla violenza contro pubblici ufficiali, contro la proprietà e più in generale contro il governo. Quella legge era entrata in vigore cinque giorni prima l’esplosione, il 28 maggio.
Nemmeno un’ora dopo, alle 00.55, un bomba esplose al 151 East Sixty-First Street di New York, un elegante edificio con mattoni a vista di proprietà del giudice Charles C. Nott. La bomba, piazzata all’ingresso dell’edificio, fece a pezzi il primo e il secondo piano, mandando in frantumi i vetri di tutto l’edificio e quelli dei palazzi circostanti. Il giudice Nott e le sue tre figlie si trovavano nella loro casa estiva in Connecticut, ma sua moglie stava dormendo al secondo piano. Venne scaraventata giù dal letto e rimase a terra diversi minuti, cosa che successe anche all’intera famiglia di domestici. Andò peggio alla guardia di sicurezza William Boehner, settant’anni, che morì dilaniato dall’esplosione.
Immediatamente i funzionari della polizia di New York – messi al corrente degli avvenimenti che stavano scuotendo alcune città della nazione – inviarono i loro uomini a protezione delle abitazioni di altri personaggi noti per il pugno di ferro usato contro i sovversivi. Centinaia di poliziotti furono mobilitati in tutta fretta. Tuttavia la scelta del giudice Nott come bersaglio lasciò sul momento perplessi gli inquirenti, essendo quel magistrato noto per le sue sentenze abbastanza clementi. Solo in seguito venne ricordata una sua dura condanna, risalente a quattro anni prima, inflitta a due anarchici italiani accusati di aver progettato un attentato contro la cattedrale di San Patrick.
Nel frattempo un’altra esplosione si verificava a Paterson, nel New Jersey, oltre il fiume Hudson. L’obiettivo questa volta era Harry Klotz, presidente della Suanhna Silk Company, il quale si era opposto alla settimana lavorativa di quarantaquattro ore per i lavoratori delle manifatture. La bomba scoppiò alle 00.20, danneggiando seriamente l’appartamento sito al piano terreno di una casa dell’Eastside, nella zona più alla moda della città. Anche la famiglia Klotz si trovava in quel momento altrove. I proprietari della casa, che occupavano il piano superiore e che avevano affittato l’appartamento a Klotz, rimasero illesi.
A Philadelphia l’obiettivo fu la Chiesa di Nostra Signora della Vittoria, che saltò in cielo alle 23.15, mentre a Pittsburgh vennero colpite le abitazioni del giudice W.H.S. Thompson e dell’ispettore W.W. Sibray dell’Uffico dell’Immigrazione. Entrambi si erano distinti nella dura repressione dei sovversivi stranieri. Nessuno rimase ferito, ma i danni materiali furono ingenti.
A Cleveland l’ordigno fece saltare il retro della casa del sindaco Harry L. Davis, il quale non solo aveva vietato l’ultima manifestazione per il primo maggio ma l’anno precedente aveva collaborato attivamente all’incriminazione di altri due anarchici italiani. Davis, con la moglie e numerosi amici, si trovava di fronte alla casa al momento dell’esplosione, all’incirca le 23.30. Il figlio di tre anni e una domestica erano invece all’interno dell’edificio, ma nessuno rimase ferito. L’accaduto fece imbufalire il sindaco, che l’indomani diede ordine alla polizia di procedere ad una repressione sfrenata e indiscriminata di tutte le teste calde presenti in città.
Ma l’attentato più sensazionale compiuto quel 2 giugno fu quello che avvenne a Washington contro il Procuratore Generale Alexander Mitchell Palmer. Palmer occupava un edificio di tre piani al 2132 R Street, a Northwest. Il quartiere – abitato da rappresentanti del Congresso, diplomatici e funzionari governativi – era uno dei più esclusivi della capitale. Due porte accanto abitava il senatore Claude A. Swanson, e dalla parte opposta viveva l’ammiraglio Theodore F. Jewell, accanto al ministro norvegese H.H. Bryn ed a Franklin Delano Roosevelt, non ancora presidente degli Stati Uniti ma già vicesegretario della Marina. Palmer e sua moglie sarebbero andati a letto di lì a poco, quando alle 23.15 ci fu un tremendo boato. L’intero edificio tremò, la sua parte anteriore venne distrutta e tutte le finestre andarono in frantumi. L’onda d’urto danneggiò le abitazioni dell’intero isolato. Un deputato del Texas, che stava svoltando in R Street proprio in quel momento, venne investito da una pioggia di detriti. Numerosi abitanti del quartiere, fra cui il figlio del ministro norvegese, furono buttati giù dal letto. Lo stesso Palmer, intento a leggere accanto ad una finestra, venne sommerso dai cocci di vetro. Incredibilmente tutti rimasero illesi. Subito dopo molti vicini, alcuni ancora in pigiama, si precipitarono sul luogo dell’esplosione. Anche Roosevelt, dopo aver telefonato alla polizia, andò in soccorso di Palmer, trovandolo profondamente scosso.
Ma la polizia giunta sul posto fece subito una macabra scoperta. Brani di carne umana erano sparpagliati per tutto il quartiere, scaraventati lontano dalla forza dell’esplosione. E, dato che nessun residente mancava all’appello, non c’erano dubbi: era l’attentatore ad essere saltato in aria mentre stava collocando l’ordigno, letteralmente disintegrato (un pezzo della sua spina dorsale fu rinvenuto all’interno della camera da letto del figlio del ministro norvegese). Identificarne il cadavere era impossibile, impossibile quanto ritrovarne le dita da cui prelevare le impronte. Con l’aiuto dei vigili del fuoco, la polizia setacciò palmo a palmo tutto il quartiere alla ricerca di nuovi elementi: furono rinvenute due pistole, un dizionario italiano-inglese, due cappelli, brandelli di vestiti, una borsa. Oltre, naturalmente, ad una cinquantina di copie del solito volantino color rosa. Fu rinvenuto anche un grosso pezzo dello scalpo del morto, strappato dal cranio ma sufficiente per una analisi attendibile. «Mostratemi i capelli di un uomo ed io vi svelerò la sua nazionalità», promise l’esperto consultato. Il suo parere fu perentorio: l’attentatore doveva essere un italiano di un’età compresa fra i ventisei e i ventotto anni. Un testimone rammentò di aver visto aggirarsi un giovane alto, dalla folta chioma nera come i suoi vestiti.
Non si era mai visto nulla di simile. Bombe che esplodono quasi simultaneamente in diversi Stati della costa nord-orientale contro magistrati, politici, industriali… Per sapere cosa ci fosse dietro quegli avvenimenti, quali ragioni scatenanti, agli inquirenti non rimase che leggere quello strano foglio rosa. Il volantino, delle dimensioni di circa 18×28 centimetri, aveva infatti un titolo ed una firma. Il titolo era Plain Words (Parole Chiare), la firma The Anarchist Fighters (Anarchici Combattenti). Quanto al suo contenuto, eccolo:
I poteri in carica non nascondono la loro volontà di fermare, qui in America, la diffusione mondiale della rivoluzione.
I poteri in carica devono considerare che dovranno subire la lotta che hanno provocato.
Ormai la soluzione della questione sociale non può più essere rimandata; la guerra di classe è in atto e non può cessare se non con la completa vittoria del proletariato internazionale.
La sfida è antica, oh signori “democratici” della repubblica autocratica. Abbiamo sognato la libertà, abbiamo parlato di libertà, abbiamo aspirato ad un mondo migliore, e voi ci avete imprigionati, bastonati, deportati, assassinati ogni volta che avete potuto.
Ora che è terminata la grande guerra, condotta per riempirvi le borse e costruire un piedistallo ai vostri santi, per proteggere i milioni rubati e la fama usurpata non vi resta che indirizzare tutto il potere delle istituzioni assassine, che avete creato a vostra esclusiva difesa, contro le moltitudini lavoratrici insorte per una più umana concezione di vita.
Le prigioni, le segrete che avete edificato per seppellire tutte le voci di protesta, sono ora piene di lavoratori coscienti che languono, e mai soddisfatti ne accrescete ogni giorno il numero.
È storia di ieri che i vostri sicari sparavano assassinando le masse disarmate all’ingrosso; è storia di ogni giorno nel vostro regime; e oggi le prospettive sono anche peggiori.
Non aspettatevi che ci sediamo a pregare e a piangere. Accettiamo la vostra sfida e intendiamo adempiere ai nostri compiti di guerra. Sappiamo che tutto ciò che fate è mirato a difendervi in quanto classe; sappiamo anche che i proletari hanno il medesimo diritto di proteggersi, essendo stata soffocata la loro stampa e messa la museruola sulla loro bocca; è nostra intenzione parlare per loro tramite la voce della dinamite, attraverso la bocca delle pistole.
Non dite che agiamo da codardi perché restiamo nascosti, non dite che è un abominio; è guerra, guerra di classe, e voi per primi l’avete scatenata con la copertura delle potenti istituzioni di ciò che chiamate ordine, nel buio delle vostre leggi, dietro le armi dei vostri schiavi imbecilli.
Non concepite nessuna libertà tranne la vostra; anche il popolo lavoratore ha diritto alla libertà, e i loro diritti, i nostri diritti, ci siamo messi in testa di proteggerli ad ogni costo.
Non siamo molti, forse più di quanto pensate, ma siamo tutti decisi a combattere fino all’ultimo, fin quando un uomo sia sepolto nelle vostre Bastiglie, fin quando un ostaggio della classe lavoratrice resti alla mercé delle torture del vostro sistema poliziesco, e non ci riposeremo mai finché il vostro crollo non sarà completo, e le masse lavoratrici non avranno preso possesso di tutto ciò che giustamente appartiene loro.
Ci sarà spargimento di sangue, non ci tireremo indietro. Ci sarà da uccidere, e uccideremo, perché è necessario. Ci sarà da distruggere, e distruggeremo per liberare il mondo dalle vostre istituzioni tiranniche.
Siamo pronti a fare di tutto, qualsiasi cosa per sopprimere la classe capitalista; proprio come voi state facendo di tutto, qualsiasi cosa per sopprimere la rivoluzione proletaria.
La nostra posizione reciproca è quindi chiara. Ciò che abbiamo realizzato è solo un monito che ci sono amici delle libertà popolari ancora in vita. Ora che siamo entrati nella lotta, avrete l’opportunità di vedere cosa sono capaci di fare gli amanti della libertà.
Non tentate di spacciarci per Tedeschi o agenti pagati dal demonio; sapete bene che siamo uomini con una coscienza di classe fortemente determinati, e non volgari criminali. E non vi illudete che i vostri sbirri e i vostri mastini riusciranno mai a liberare il paese dal virus anarchico che pulsa nelle nostre vene.
Sappiamo come agire nei vostri confronti e sappiamo quel che facciamo. Inoltre, non ci prenderete mai tutti e oggigiorno ci stiamo moltiplicando.
Chi aspetta e si rassegna al proprio destino, è perché il privilegio e i ricchi gli hanno fatto girare la testa.
Viva la rivoluzione sociale!
Abbasso la tirannia!
Il testo presentava diversi errori grammaticali ed una sintassi invero bizzarra per un americano. Le autorità lo fecero esaminare da un’esperta del Dipartimento della Guerra, Isabel Tuska, la quale dalla costruzione delle frasi e dalle assonanze di alcuni errori concluse: il testo «sembra essere stato tradotto dall’italiano o essere stato scritto da qualcuno la cui lingua d’origine è l’italiano». Anarchici italiani, quindi? Come i due condannati dal giudice Nott? Come i due incriminati grazie anche all’aiuto del sindaco Davis? Come l’attentatore dilaniato sui gradini di casa Palmer, il quale aveva in tasca un dizionario italiano-inglese? Anarchici italiani, come quelli sospettati di aver spedito poche settimane prima, in occasione del primo maggio, oltre 30 pacchi esplosivi (di cui solo un paio però giunsero a destinazione) ad altrettanti uomini politici, industriali, banchieri, poliziotti (fra le vittime purtroppo mancate lo stesso Palmer, oltre a squali dell’alta finanza come John Rockfeller e J.P. Morgan jr.)?
Sì, anarchici italiani. Se l’IWW era l’Organizzazione rivoluzionaria più temuta dalle autorità statunitensi, gli anarchici italiani erano considerati i sovversivi più pericolosi. Da anni, non solo portavano avanti una intensa propaganda fra i loro molti connazionali presenti negli Stati Uniti, ma spesso realizzavano attentati contro le istituzioni. Azioni talvolta clamorose, come il tentato avvelenamento di centinaia di ospiti illustri al banchetto in onore del nuovo Arcivescovo di Chicago, avvenuto nel 1916. Da anni le autorità avevano inasprito le leggi sull’immigrazione nell’intento di buttare fuori dal paese in blocco quegli stranieri che soffiavano sulle braci della guerra sociale, senza attardarsi ad accertare prima le loro singole responsabilità specifiche.
Ormai era solo questione di tempo, la macchina della burocrazia si era messa in moto e diversi anarchici italiani non avrebbero avuto scampo: sarebbero stati rimpatriati. Ma, anziché darsi per vinti, reagirono passando al contrattacco. Non solo colpendo chi li braccava e perseguitava, come magistrati e poliziotti, ma rilanciando la lotta contro il capitalismo attaccando banchieri e industriali. E, per la prima volta nella loro storia, essi rivendicarono apertamente la loro azione con Parole Chiare, testo che venne pubblicato il giorno dopo dai giornali statunitensi.
Le autorità non avevano dubbi su chi fossero i responsabili. Erano gli anarchici che gravitavano attorno a Luigi Galleani ed al giornale Cronaca Sovversiva, chiuso per la sua intensa campagna contro la guerra nel luglio del 1918 ed il cui ultimo gerente era stato un certo Carlo Valdinoci. Ricercato dalla polizia perché considerato uno dei più temibili attentatori anarchici presenti negli Stati Uniti, Valdinoci non fu mai trovato. Nel 1919 aveva 24 anni, era alto e dalla folta chioma nera come i suoi vestiti. Scomparve nel nulla, come se fosse stato letteralmente disintegrato (sorte che appena tre mesi dopo toccò ad un altro giovane anarchico italiano, nella galleria Vittorio Emanuele a Milano). Passarono poche settimane ed il 24 giugno 1919 Luigi Galleani e altri anarchici italiani vennero imbarcati sulla nave Duca degli Abruzzi e rimpatriati in Italia.
Il Procuratore Generale Palmer, in preda alla collera, assegnò al giovane John Edgard Hoover il compito di scatenare una vera e propria caccia al sovversivo che nel novembre del 1919 e nel gennaio del 1920 condusse in galera e alla deportazione centinaia e centinaia di teste calde. Ossessionato dagli anarchici italiani, Hoover dedicò loro un trattamento particolare, concentrandosi su alcuni nomi considerati vicini a Cronaca Sovversiva: da Andrea Salsedo, ritenuto lo stampatore di Parole Chiare e che fu scaraventato giù dal quattordicesimo piano degli uffici della polizia di New York il 3 maggio 1920, a Sacco e Vanzetti, i quali vennero arrestati solo due giorni dopo, il 5 maggio 1920.
Atti di guerra di classe che non passarono inosservati e che provocarono la furia che si abbattè su Wall Street il 16 settembre 1920.
[2/6/14]
[tratto dal sito internet finimondo.org]

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Quali parassiti

I testi di seguito riportati, datati pochi anni fa ma ancora attuali, esprimono alcune considerazioni sulla questione Xylella nel Salento, il famoso batterio che, secondo la scienza, sarebbe il responsabile del disseccamento degli ulivi nel Salento. Nell’aprile scorso il ministro uscente per l’agricoltura Martina, ha emanato un decreto che impone l’irrorazione di insetticidi e pesticidi su larga scala, dal ciglio delle strade alle campagne, per ettari e ettari di terreni, nonché l’abbattimento delle piante infette e quelle circostanti, al fine di arginare l’insetto vettore. Inutile sottolineare la natura ecocida di tale decreto che addirittura obbliga l’utilizzo di prodotti messi al bando dall’Unione Europea perché neurotossici e dagli effetti devastanti per le api.
Chissà se avrà avuto in mente tutto questo chi, qualche tempo fa, ha imbrattato una sede del ministero delle politiche agricole a Lecce e lasciato volantini contrari a Tap, ai pesticidi e alla repressione. Oppure avrà avuto in mente le parole dell’illuminato sindaco di Lecce che al contrario di altri sindaci che hanno annunciato disobbedienza al decreto, seppur nell’ambito delle regole democratiche, ha affermato che la gerarchia, l’autorità e la legge vanno rispettate e che bisogna avere fiducia nella scienza. Ma può anche essere che per compiere certi semplici gesti non ci sia bisogno di avere in mente poi tante cose. Basta essere privi dell’ipocrisia democratica e provare quel rifiuto necessario verso ogni imposizione, soprattutto se chiaramente dannosa verso chiunque.
Due testi su parassiti e Xylella
[tratto dal sito internet tiltap.noblogs.org]
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No a Tap, per bloccare tutto!

Da alcuni anni a questa parte ormai la questione Tap è balzata agli onori delle cronache.
Esattamente dal 2013, quando il consorzio Tap è stato scelto per la realizzazione di un gasdotto  attraverso Turchia, Grecia, Albania, Mar Adriatico fino all’Italia con approdo in Salento, per collegarsi a un altro gasdotto, il Tanap, che unisce la Turchia all’Azerbaigian (dove si trovano i giacimenti di gas naturale), per diventare infine Snam, risalendo lungo la dorsale appenninica italiana – la cosiddetta “rete Adriatica” – fino all’Austria.
Migliaia di chilometri di tubi, alcune centrali di pressurizzazione e depressurizzazione del gas, pozzi di spinta, microtunnel per collegare la terraferma al mare, cavi di fibra ottica per tutto il tracciato, cantieri che distruggeranno pezzi di paesaggio e ambienti locali, forti rischi di incidenti ed esplosione, inquinamento atmosferico, mezzi pesanti che percorreranno le strade per anni, aumento esponenziale della quantità delle forze di polizia, trasformazione industriale dell’economia di un territorio e conseguente perdita delle possibilità che le persone che li abitano possano scegliere di darsi. Ce lo ha mostrato l’Ilva di Taranto, a pochi chilometri da Lecce e da Melendugno, dove il gasdotto approderà. Presentata negli anni Sessanta come avanguardia del progresso, l’Ilva, il più grosso impianto siderurgico europeo, ha lasciato dietro di sé solo il deserto, animato da un alto concentramento di tumori e malattie e nessun’altra possibilità di sopravvivenza compatibile con l’impianto. Da alcuni anni a questa parte ciò sta accadendo anche nella provincia di Lecce. L’affare Xilella e il disseccamento degli ulivi, con il grave sospetto, affermato addirittura dalla magistratura, che tutto sia iniziato e continui al fine di favorire le grosse multinazionali agro-farmaceutiche, quali Monsanto, Bayer, e altre, insieme al gasdotto Tap, dà l’idea di un tentativo di trasformazione radicale di un territorio, probabilmente ritenuto poco produttivo da un’economia abituata a sfruttare ogni centimetro quadrato sfruttabile. Il recente decreto del ministro italiano per l’agricoltura che, per arginare la xylella impone un uso massiccio di pesticidi, dai cigli della strada alle campagne, pena multe salate, né è assolutamente una conferma. Le cosiddette energie rinnovabili con i loro parchi eolici e fotovoltaici (ed evidente capovolgimento del linguaggio), centrali a biomasse e forte cementificazione e privatizzazione delle coste, queste ultime finalizzate a favorire il turismo, fanno da cornice importante a questo quadro.
Energia
Ma se uno sguardo locale può esserci d’aiuto, questo risulta essere assolutamente limitato e limitante se si vuole capire meglio che cos’è il gasdotto Tap, quali sono le sue implicazioni e la sua ragion d’essere, che è principalmente la stessa che afferisce alle fonti che producono o trasportano energia. Questa società o questo sistema, che tanti considerano inseparabile dall’apparato Stato, dagli apparati burocratici internazionali e da quelli economici che dettano le regole a livello finanziario globale, è fortemente energivoro e lo sarà sempre di più, e basta poco per rendersi conto di quanto questa riflessione sia imprescindibile. Due esempi su tutti ci dimostrano quanto la necessità di energia sia ritenuta irrinunciabile e, per questo, considerata strategica, primaria.
Che l’economia capitalista si alimenti attraverso la guerra non è un fatto nuovo. Le guerre spesso vengono scatenate proprio per dare nuova linfa ad economie statali in crisi, attraverso la produzione di armi e macchine belliche. Oppure è proprio la ricerca, il possesso, la gestione di fonti energetiche fossili a dettare il calendario di qualche guerra. Si veda ad esempio quanto accade in Siria, dove esistono proprio grandi giacimenti di gas naturale e dove da tempo la popolazione viene martoriata in una guerra dimenticata. Qualunque siano le ragioni che alimentano un conflitto bellico e la conseguente dose di morte e devastazione che si porta dietro, esso non può avvenire senza un utilizzo impressionante di energia. Il consumo di un solo caccia bombardiere (un caccia F-15 consuma 7000 litri di cherosene all’ora) può dare un’indicazione significativa.
Altro esempio è quello della tecnologia in riferimento all’approvvigionamento di fonti energetiche che, inutile dirlo, non si sostituiscono le une alle altre, ma si sommano. Le fonti rinnovabili ad esempio non rappresentano un’alternativa alle fonti fossili ma sono ad esse complementari nella proliferazione e nella gestione di questo mondo.
La tecnologia ne è ormai il pilastro portante. E sono note le analisi su implicazioni, conseguenze, problematiche, irreversibilità, sia per la natura e sia per le persone, da un punto vista ambientale e forse soprattutto sociale. Le città, con il modello smart cities, saranno sempre più centri pulsanti della connessione e della comunicazione veloce, oltreché del controllo di ogni aspetto della vita quotidiana. Nel 1800 fu l’introduzione dei codici come modelli normativi a dare all’organizzazione sociale chiamata Stato la sua intromissione in ogni aspetto della vita del cittadino. Oggi i codici che controllano tutto e tutti sono gli algoritmi informatici. Ad essere in pericolo in effetti, in una società totalizzante e livellante, omologata, rigida, incasellata, sotto controllo, sono le stesse pulsioni, emozioni, capacità, pensieri. E ciò lo stiamo vivendo già con il dilagare dell’utilizzo degli smartphone, strumenti fondamentali anche di una smart cities. Per permettere la produzione, la vita e lo smaltimento di milioni di smartphone, così come per alimentare una smart cities o una qualunque città con il suo fabbisogno tecnologico, oppure per alimentare un server informatico è necessario un approvvigionamento di energia imponente e quindi è necessario incidere sulla natura, devastandola, realizzando qualche gasdotto o qualche parco eolico, oppure estrarre ancora delle fonti fossili. Se a tutto ciò si aggiunge l’energia necessaria alla produzione di una quantità sproporzionata di merci, e alla loro distribuzione, il quadro risulta essere ancora più chiaro.
Per questo non può che essere una favola quella della sostenibilità delle fonti energetiche o di una green economy che salvaguarda l’ambiente. Niente è sostenibile con questo modello sociale, si tratta semplicemente della gestione di una catastrofe.
Internazionalizzare la protesta
A cosa può servire quindi opporsi ad un gasdotto.
Come è possibile affiancare un’opposizione nei confronti di una nocività specifica ad un’opposizione più generale. Come fare a coniugare un’opposizione che spesso rischia di impantanarsi nella difesa di un lembo di terra, con l’attacco a questo mondo. Come fare a rendere l’opposizione al gasdotto Tap un’occasione per mettere in discussione molto altro.  Per autorganizzarsi, per guardare oltre il proprio giardino, per prendere consapevolezza, per andare oltre il riformismo e l’educazione statale, per riflettere sulla necessità della violenza da un lato e sulla società dello spettacolo dall’altro. Per tralasciare gli orpelli e i dispositivi di una vita ingabbiata e andare verso l’incertezza dell’immaginario.
Gli strumenti di cui ci siamo dotati sono stati il rifiuto costante della delega, la critica dell’opposizione riformista e dello Stato, l’orizzontalità. E questi strumenti sono stati necessari negli anni per portare avanti un discorso di controinformazione costante e coerente e azioni di disturbo; nel corso degli anni, inoltre, sono stati compiuti alcuni sabotaggi anonimi. La ricerca del nemico, con tutte le sue ramificazioni, ha consentito di stilare una lunga lista di contrattisti e appaltanti di Tap, a cominciare dal suo azionariato fino alle ditte locali vendutesi per un piatto di lenticchie.
Questa è sicuramente una possibilità che può internazionalizzare l’opposizione al gasdotto Tap e renderla più insidiosa e generale. Anche perché tra i contrattisti non vi sono solo le più grandi multinazionali che si occupano di oil e gas come Eni, Saipem, British Petroleum, Snam e compagnia bella, ma anche aziende come Siemens, che si occupa di smart cities, Honeywell e Himachal che si occupano di fibre ottiche, robot, alta tecnologia.
Il collegamento necessario con la guerra è l’altro aspetto che permette di dare all’opposizione a Tap un respiro internazionale, che faccia guardare, ad esempio, a quelli che sono gli interessi di Eni nel mondo che, con la sua sottoposta Saipem, sta realizzando in Salento il pozzo di spinta, fase preliminare alla realizzazione del microtunnel. Oppure  permette di comprendere il peso geopolitico di un gasdotto che attraversa anche la Turchia con le sue mire espansionistiche e le sue responsabilità nel massacro dei Curdi.
Ma internazionalizzare può voler dire anche contribuire a rompere con la normalità del controllo, della sicurezza, di una vita irreggimentata. E ciò è possibile grazie al grande limite che una struttura sociale come quella in costruzione si porta dietro. La ramificazione degli apparati tecnologici è il punto debole del nuovo impero. La fantasia e l’imprevedibilità dell’azione possono essere ingredienti molto importanti in questo senso.
Questa può essere la differenza da cogliere per sottrarre linfa ed energia a questo mondo.
Tra insurrezione e rottura
Nel momento in cui una nocività, una devastazione ambientale incombono possono accadere molte cose. Può accadere che la protesta si generalizzi, che molte persone si coinvolgano e tentino di opporsi al nuovo mostro che si palesa davanti. E ciò è accaduto esattamente nel marzo 2017 in Salento, quando un fatto banalissimo, il blocco dei camion che trasportavano alberi espiantati da Tap per realizzare il cantiere, ad opera di otto manifestanti che si sono seduti per terra, è stata la scintilla che ha infiammato la protesta. Nelle settimane seguenti si è potuto sperimentare qualcosa di nuovo su un territorio da troppi anni sonnolento e immobile. Centinaia di persone si sono messe in mezzo in prima persona per bloccare i camion, per impedire a Tap di andare avanti con i lavori, affrontando la polizia, discutendo, riflettendo anche su altro e mettendo in moto la fantasia. La rabbia, per una volta, ha preso il sopravvento sulla vita mercificata e alienata. E in fondo, per chi scrive, non ha importanza se la motivazione principale sia stata la difesa della propria salute o della propria terra, la reazione per l’ennesima opera imposta o il legame con gli ulivi, espiantati a centinaia. Le possibilità che in una situazione di quel tipo potevano svilupparsi erano comunque un pericolo per l’ordine costituito che, naturalmente, ha cercato di far rientrare la situazione con i metodi classici della repressione e della criminalizzazione, fino ad arrivare alla istituzione di una zona rossa con cancellate e filo spinato, check-point e presenza massiccia di polizia.
Ma non è solo lo Stato ad essere intervenuto, ma anche decine e decine di militanti, riformisti, pacifisti e organizzatori di ogni specie che, alla spontaneità di una protesta, hanno cercato di dare una forma organizzata; all’orizzontalità dell’agire hanno sostituito lo specialismo. Tutto ciò, insieme ad altri elementi quali dissociazioni e inesperienza, hanno smorzato e forse affossato quell’occasione.
Infatti la realizzazione della zona rossa ha insinuato esattamente ciò che il Potere voleva insinuare. La paura verso ciò che viene considerato più forte, uno Stato con i suoi apparati di polizia che mostrano i muscoli e la rassegnazione verso un’opera ormai in fase di realizzazione.
La rabbia purtroppo non ha avuto la meglio e naturalmente il percorso è diventato tutto in salita.
Chi, però, ha sempre considerato il gasdotto Tap solo come una parte della sua opposizione non ha avuto di che mortificarsi. Se la rabbia è stata in parte accantonata e l’indifferenza ha preso il sopravvento, se le istituzioni e la multinazionale hanno alzato il tiro, dato l’interesse enorme che hanno nella realizzazione di questo gasdotto, niente in fondo è perduto.
Se Tap cerca di inserirsi nella società e se i più non la percepiscono come un problema, allora Tap diventerà un problema per tutti. È sotto questo auspicio che pensiamo sia necessario bloccare tutto e rompere la normalità che ci attanaglia. Ed è sotto quest’ottica che sabotare, bloccare, distruggere,  essere spine nel fianco, crediamo possa essere un metodo di intervento che si può estendere, contro Tap e contro questo mondo.
Alcuni nemici di Tap, maggio 2018
[Articolo pubblicato sul giornale L’urlo della terra, n. 6, luglio 2018. Testo tratto dal sito internet tiltap.noblogs.org]
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“Poesie dialettali di lotta e di protesta – scritte dal 1985 al 1989”

“Poesie dialettali di lotta e di protesta – scritte dal 1985 al 1989” – Nuovo volume delle Edizioni Monte Bove
Per la collana “La Sibilla” è disponibile il libro  “Poesie dialettali di lotta e di protesta – scritte dal 1985 al 1989” di Domenico Salemme.
Prefazione e note introduttive a cura di Franco Di Gioia.
Domenico Salemme non è un poeta professionista – è un proletario e un anarchico calabrese che canta  in questi versi concetti semplici, in primo luogo destinati ai suoi paesani di Grisolia (CS): dallo sberleffo verso l’imbroglio elettorale e i suoi protagonisti alla denuncia delle condizioni di miseria in cui lo Stato e il capitale costringono i più poveri, dal dramma dell’emigrazione all’esperienza in carcere. Testi che spesso venivano letti durante i comizi degli anarchici, ciclostilati e distribuiti. Domenico ha deciso di pubblicare queste poesie perché quotidianamente gli vengono richieste. Pur se scritte negli anni ’80 si tratta di poesie del tutto attuali in quanto parlano di problemi che viviamo ancora oggi.
“Quantu dispiaceri e divisiuni creja l’’immigraziuni
ma da sembri l’’anu vulutu lu Statu e li patruni”.
Edizioni Monte Bove ☾ La Sibilla
Costo di una copia: €  5
Per informazioni e richieste scrivere alla e-mail:
lunanera[at]mortemale.org
Per informazioni e richieste di altri titoli delle stesse edizioni fare riferimento alla e-mail:
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Qui giace un cadavere

Dopo anni di lotta, lo Stato francese ha ufficialmente annunciato il 17 gennaio 2018 l’abbandono del progetto di costruire un nuovo aeroporto sul sito di Notre-Dame-des-Landes, a favore dell’espansione di quello già esistente alla periferia di Nantes. Alla fine si vedrà tutta la portata del famoso «e del suo mondo», brandito come un totem rassicurante e quasi auto-operante all’interno della lotta, affinché la questione non si riduca alla mera difesa di un territorio in pericolo, ma alimenti una critica contro tutto ciò che permette a questo genere di nocività di esistere.
Gli occupanti continueranno la loro battaglia prolungandola al nuovo allargamento designato, in nome del Né qui né altrove? La estenderanno ad altre grandi nocività, come quelle relative a Nantes metropoli (Technocampus Alimentation, zac di Pirmil-Les Isles, costruzione di una nuova prigione a Bouguenais, installazione di 95 telecamere di videosorveglianza con creazione di un “Centro di supervisione urbana” che collega Nantes, Rezé e Vertou…), o quella del mega-progetto di 80 turbine eoliche offshore al largo di Saint-Nazaire? È sicuramente troppo presto per immaginare quali nuovi orizzonti di lotta saranno abbracciati, da tanto è vasto quel «e il suo mondo», per quanto già si sappia com’è stata celebrata la vittoria sul posto.

Dal 22 al 25 gennaio, su espressa richiesta dello Stato che aveva fissato questo pre-requisito per la prosecuzione dei negoziati sul futuro delle terre occupate, le componenti cittadiniste ed autoritarie della ZAD si sono attivate per liberare la strada che attraversa la zona dai suoi ostacoli di protezione, ma anche per sgomberare manu militari entrambe le capanne collettive che invadevano un po’ troppo la strada. Effettuato il loro sporco lavoro di mantenimento dell’ordine contro gli abitanti che si erano stabiliti lì o che usavano le capanne, hanno restituito il controllo della D281 al potere – curiosa pratica di autogestione per un «territorio liberato» – affinché quest’ultimo potesse ripulire i fossati e spianare gli ingressi dei campi sotto una buona scorta, ma anche per far sfilare la signora prefetto davanti alle telecamere.

I comitati di sostegno, in guardia permanente dopo l’Operazione Cesare del 2012, avevano giurato, sputato e persino tuonato, in caso di sgombero forzato dalle capanne o di conseguente arrivo di sbirri sulla ZAD. Certo, ma la piccola clausola in corpo 6 in fondo alla grrrande mappa stradale collettiva stabiliva che l’allarme sarebbe risuonato solo se le divise fossero state blu, non gialle o nero quechua. Perché è proprio una accozzaglia di associazioni filo-statali, di soldati di stampo leninista e di adepti di un partito poco immaginario ad aver spianato la strada a una nuova occupazione poliziesca che dura ormai da sei settimane (fino a 30 furgoni di gendarmeria mobile), con riprese video, schedature, molestie e sorveglianza con droni, perquisizioni di veicoli e luoghi di vita, e tutto ciò nel bel mezzo della ZAD.
La distruzione delle capanne di zadisti troppo ribelli ai diktat dello Stato come ai diktat dei piccoli imprenditori della lotta per fare spazio alla polizia, che era il prezzo da pagare per questo tentativo di co-gestione della zona tra le autorità dei due lati della barricata, non è un banale episodio di conflitto interno, ma richiede qualche riflessione sulla questione dell’auto-organizzazione e delle sue prospettive.
Uno dei problemi classici che si presentano in ogni lotta specifica è quello del suo stesso progetto, della tensione tra occupazione puntuale intenzionata ad auto-organizzarsi per partire all’assalto del mondo che la circonda in mezzo a mille altre iniziative decentrate, e installazione permanente che finisce per concentrare forze solitamente incompatibili proiettandosi come oasi sperimentale di alternative più o meno radicali. Prima o poi, questa insostenibile contraddizione tra alternativa nel ed offensiva contro l’esistente finisce col venire allo scoperto, sia che aumenti la pressione poliziesca (con le consuete prese di distanza mediatiche da attacchi e la denuncia dei radicali), o al contrario sotto il peso della possibilità negoziata di normalizzazione (con la tradizionale epurazione degli elementi incontrollabili).
Ciò che è da rimarcare in quanto sta accadendo nella lotta di Notre-Dame-des-Landes, quindi, non è tanto che i cittadinisti non abbiano atteso neanche una settimana per brindare letteralmente con la signora prefetto e il generale dell’esercito direttore dell’intera gendarmeria, ma che il giorno prima proprio i sostenitori incondizionati della composizione con tutti siano stati i più zelanti nel distruggere una delle due capanne e nel buttarne fuori gli occupanti saliti sul tetto. Quando comporre significa negoziare con lo Stato a fianco di sindacati e rappresentanti eletti, quando comporre significa in un momento cruciale della lotta scegliere il campo dell’ordine contro le minoranze refrattarie a qualsiasi normalizzazione, ciò rivela in realtà solo il vero significato di questa parola elastica: collaborazione con il potere in carica. Questo genere di convergenza di fatto tra potere e contropotere, tra costituenti e destituenti, non è il semplice risultato di una situazione d’emergenza o di panico, ma piuttosto la conseguenza di una logica presente nel concetto stesso di composizione. Consentendo agli autoritari di ogni genere di organizzarsi fra loro in caso di necessità, essa funziona naturalmente anche a spese degli anti-autoritari, i cui stati d’animo sono troppo esigenti e non abbastanza realpolitik.
Strutturalmente, il concetto di composizione in effetti non è altro che la declinazione all’interno del principio militare di alleanza verso l’esterno. Se il secondo si applica tra nemici fino al giorno prima inconciliabili e l’indomani di nuovo in guerra, il primo si riferisce ad avversari all’interno di uno stesso campo, capaci di convivere senza distruggersi o escludersi, mettendo da parte le loro visioni opposte e concentrando temporaneamente le loro forze sul nemico comune. In entrambi i casi, ciò presuppone una notevole capacità di sradicare l’unicità di ogni individuo e la singolarità delle proprie idee, oltre alla molteplicità delle loro associazioni possibili, al fine di guidare truppe variegate perché marcino allo stesso passo al servizio di un’entità superiore (il partito, l’assemblea, il collettivo, il popolo, il movimento di lotta).
Al di là del fatto che Tizio sia simpatico o meno, la composizione è una logica di fondo che mette al bando ogni etica a favore dei calcoli della politica. È una tecnica alternativa di gestione dell’ordine e di organizzazione della confusione per cercare di neutralizzare gli antagonismi irriducibili che possono covare all’interno delle lotte: tra ristrutturazione e distruzione dell’esistente, tra negoziazione col potere e azione diretta contro il potere, tra contro-perizia scientifica e rifiuto della specializzazione come della delega, tra accettazione di partiti e sindacati ed autorganizzazione senza mediazioni, tra presenza di giornalisti e rifiuto di qualsiasi rappresentazione, tra autorità e libertà. Non è un caso che la modalità della composizione convenga particolarmente agli autoritari, con la loro nozione quantitativa di una forza concentrata e più manovrabile piuttosto che sparsa e più autonoma, con il loro senso tattico del vento e soprattutto con la loro ossessione di scollegare i mezzi dai fini (da qui, per esempio, la loro mancanza di scrupoli nell’usare i professionisti della menzogna di massa cui consegnare il loro messaggio; la loro facilità di dichiarare una cosa davanti alla giustizia e il suo contrario davanti ai loro sostenitori solidali; o la loro abilità di contattare la sinistra di potere). In questa logica da ragionieri, non è comunque più questione di prospettive autonome e di idee sovversive da difendere qui e ora incarnandole nella propria stessa vita, ma solo di situazioni strategiche da organizzare e gestire, ovvero da disciplinare e rendere governabili, ovviamente in nome dell’efficacia della lotta di cui alcuni esseri per forza di cose illuminati detengono le chiavi. In questa logica di decisioni maggioritarie, di compromessi tattici e di comuni superiori, naturalmente è ancor meno questione di vaste costellazioni di gruppi di affinità auto-organizzati in maniera informale, che diano una dimensione qualitativa e dissonante alla forza. Una dimensione in grado di far vibrare pienamente il famoso «e il suo mondo» in una prospettiva anarchica, con da un lato una critica rivoluzionaria che tenta di includere tutto ciò che consente alla nocività in questione di esistere, e dall’altro una metodologia che tenta di alimentare le ostilità affinché dall’ambito iniziale della lotta, una nocività particolare, possano esplodere momenti insurrezionali che la superino.
Per quanto in questi ultimi tempi la memoria tenda ad essere seppellita sotto il flusso di comunicati vittoriosi che promettono inoltre l’ingresso delle terre occupate in un quadro normativo, nessuno può tuttavia dimenticare il fatto che numerosi attacchi e sabotaggi hanno potuto sbocciare con ben altre prospettive in zona contro il mondo dell’aeroporto (per non parlare delle decine di azioni solidali altrove o dei momenti di scontro con la sbirraglia), e questo fin dalle prime offensive della lotta.
Così è stato con l’opposizione alle opere preliminari (picchettaggi e trivellazioni geo-tecniche, sistemazione delle strade d’accesso) o agli ufficiali giudiziari nel 2010, con l’occupazione-devastazione di una parte dell’attuale aeroporto di Nantes Atlantique a Bouguenais nel luglio 2011, con il sabotaggio del cantiere di ampliamento a quattro corsie della Sautron/Vigneux-de-Bretagne nel maggio 2012, con l’incendio del macchinario tramviario a Nort-sur-Erdre nel novembre 2012, con l’incendio dell’auto del sorvegliante di Vinci a Fay-de-Bretagne nel novembre 2012, col sabotaggio in massa di sette pali elettrici sul tracciato della futura tangenziale nel marzo 2013, col sabotaggio a tre riprese di ripetitori di telefonia mobile a Vigneux-de-Bretagne nel luglio, settembre e ottobre 2014, o con la devastazione della stazione Total a Temple-de-Bretagne nel febbraio 2016. Altre possibilità hanno potuto dispiegare le loro ali nell’attacco di biologi (venuti a studiare il tritone marmorato a Vigneux-de-Bretagne, nell’aprile 2015), di residenti collaborazionisti (capannone e fienile di un contadino ostile incendiato a Vigneux-de-Bretagne nel novembre 2012, devastazione della casa degli sposi Lamisse nel gennaio 2016 a Notre-Dame-des-Landes), di giornalsbirri (piede di porco contro le automobili di France 3 nell’ottobre 2016), o di politici (auto di France Bleu Loire Océan e Mélenchon sporcate di merda nel marzo 2017).

Per rannicchiarsi all’interno dell’esistente, l’opzione riformista è senza dubbio la migliore ed i sostenitori della conflittualità alternata dispongono di una lunghezza d’anticipo storico in materia di integrazione e di recupero delle lotte. Quanto agli altri, resta sempre un mondo intero da attaccare, in cui le possibilità autonome di affinità sperimentate a scapito dei compositori e dei loro alleati, a partire da e intorno alla lotta contro questo aeroporto, sono sempre vive.
A Notre-Dame-des-Landes giace un cadavere: quello di una composizione in buona e dovuta forma che ha definitivamente chiarito, una volta messa alle strette, sia con chi (lo Stato) e sia contro chi (gli incontrollabili) voleva costruire il suo piccolo mondo opportunista, ma anche quale sia il prezzo da pagare quando si lascia fare politica in pace agli autoritari organizzati in maniera più o meno visibile. È una buona notizia, perché il fetore sempre più insopportabile di questo cadavere apre mille altri sentieri. E stavolta, verso una libertà in atti.
[Avis de tempêtes, n. 3, Marzo 2018]
Tratto dal sito internet finimondo.org
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Dichiarazione di Paska in vista del processo contro gli anarchici di Firenze

LA REPRESSIONE NON ATTACCA, ATTACCHIAMOLA!
Ciao a tutte e tutti,
finalmente mi sono deciso pure io a scrivere due righe sull’attuale teatrino repressivo nei confronti di noi anarchiche e noi anarchici, che sta relegando in galera me ed altri due compagni.
E’ da ormai circa 11 mesi che siamo imbrigliati nelle maglie della loro trappola: Ghespe undici mesi tutti in carcere, io sette di carcere e 4 con obbligo di dimora e rientro notturno, Giova 2 mesi e mezzo di carcere più altri otto tra obblighi, rientri e firme.
Ma la loro “famigerata” Operazione Panico, avviata a gennaio 2016 e che ha iniziato a colpire dal 31 gennaio 2017, ha inoltre “regalato” ad altre compagne ed altri compagni giorni di carcere, arresti domiciliari, obblighi di dimora, rientri notturni, firme, divieti di dimora da Firenze ed altri assurdi divieti di dimora dal Galluzzo, quartiere di Firenze dov’era sita l’occupazione della Riottosa, che è stata sgomberata insieme all’altra occupazione anarchica cittadina, Villa Panico.
Il tutto per una serie di avvenimenti accaduti in città: un assalto alla sede di CasaPound, due ordigni piazzati davanti alle sedi dei fasci (di cui uno a Capodanno 2017, dove nel tentativo di disinnescare l’ordigno ha perso mano ed occhio un artificiere e da questo avvenimento il reato di tentato omicidio per cui all’oggi in 3 siamo in custodia cautelare in carcere), un presidio antimilitarista non autorizzato, un corteo non autorizzato, il lancio di molotov alla caserma dei Carabinieri a Rovezzano in seguito all’arresto di due compagni e una compagna per una rissa con gli sbirri fuori da un concerto, presidi sotto al carcere, scritte sui muri della città… e infine i reati relativi all’avvenimento di Capodanno, che loro pongono come perno centrale della questione.
Un’inchiesta che ha accelerato notevolmente i tempi repressivi dopo il 1° gennaio 2017, e dove non poteva mancare un’associazione a delinquere ed incredibili colpi di scena: arresti, scarcerazioni, aggravamenti di misura per scritte, riesami – cassazioni – controriesami… gip competenti, gip incompetenti, capi della polizia e servizio anti-terrorismo, unità operativa della polizia italiana (UOPI) e chi più ne ha più ne metta… Un pastrocchio giudiziario teso a colpire certe tipologie di pratiche e chi le mette in atto, perché non sottomesso al sistema e nemico di esso.
I metodi di indagine, poi, sono stati i più infami e squallidi, ma cosa vogliamo aspettarci dai nostri nemici? In particolare, per giustificare il tentato omicidio e l’altro reato annesso (detenzione, fabbricazione e porto d’arma da guerra) che vede imputati noi arrestati ed un altro compagno, intercettazioni di chiacchiere simpatiche tra amiche ed amici diventano prove madre, frammenti di DNA prelevati a casaccio segno indiscutibile di colpevolezza, stati d’animo emozionali e personali sintomi d’ammissione.
Per non parlare della loro meschinità nel tentare, con tutto quel materiale cartaceo che più di un’inchiesta giudiziaria pare un copione di un film già scritto, di dividere e mettere gli uni contro le altre i compagni e le compagne dell’inchiesta. Tutto ciò non è stato solo atto a trovare chi secondo loro è colpevole dei reati contestati, a fare arresti e sgomberare spazi, ma ha tentato di levare di mezzo la realtà fiorentina e di frammentare e dividere ancora di più la situazione.
Bene, personalmente dico che ci hanno provato, ma non ci sono del tutto riusciti: c’è ancora chi si organizza, discute ed agisce in città, e chi è stato colpito dalla repressione in questo lasso di tempo è ancora lì, sulle sue posizioni, a testa alta, e penso che consapevolmente si ripeta: “io trovo giusto il mio percorso perché sono nel giusto!”.
La loro repressione ci ha sì colpito, ma non attaccato del tutto come era nelle loro intenzioni iniziali.
All’oggi, come continuare? La loro repressione non attacca, attacchiamola noi. Sarebbe finalmente a questo punto importante ripartire, piuttosto che dalle discussioni e da mille ragionamenti sulla solidarietà in risposta alla repressione, da quelle pratiche che loro ci contestano e che a loro danno molto più fastidio dei nostri discorsi teorici.
Dimenticare quest’anno e mezzo di batoste e ripartire lì da dove a loro è più nuociuto: per noi dentro queste mure abbassandosi il meno possibile al loro potere, e per chi sta fuori “con la scelta delle armi che è tua per il duello”.
Un saluto, un enorme abbraccio ed un urlo carico di rabbia ed amore a Ghespe e Giova!
Contro il potere, contro l’autorità, per la libertà!
PER L’ANARCHIA!
PASKA
***
Nota tratta dal sito internet panicoanarchico.noblogs.org:
Oggi, 4 luglio, c’è stata la prima udienza per Ghespe. E’ durata molto poco, perché i giudici hanno accolto la richiesta di riunificazione del processo, quindi hanno semplicemente rinviato l’udienza al 12 luglio, data in cui era stata fissata la prima udienza per tutti gli altri. I secondini di scorta hanno fatto il possibile per impedire le comunicazioni tra noi e lui, precludendogli col loro corpo la vista dei numerosi compagni e compagne presenti in aula. In ogni caso non può non aver sentito i saluti, il calore e le urla di libertà che gli sono state dedicate.
Rinnoviamo la chiamata per la presenza in aula del 12 luglio per salutare Giova, e molto probabilmente anche Ghespe sarà presente, a questo punto.
Grazie a tutt* coloro che sono venut* da praticamente ovunque, nord, sud ed estero, la vostra forza e il vostro sostegno hanno un valore incalcolabile.
***
Di seguito gli indirizzi degli anarchici attualmente (luglio 2018) imprigionati per l'”Operazione Panico” e a seguito delle vicende repressive accadute a Firenze negli ultimi anni.
Giovanni Ghezzi – N. C. P. Sollicciano – Via G. Minervini 2/R – 50142 Firenze
Salvatore Vespertino (“Ghespe“)N. C. P. Sollicciano – Via G. Minervini 2/R – 50142 Firenze
Pierloreto Fallanca (“Paska“) – C. C. Castrogno – Contrada Ceppata 1 – 64100 Teramo
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Contro il TAP!

No al Trans Adriatic Pipeline – in costruzione in Grecia, Albania ed Italia – per trasportare gas naturale dal Mar Caspio in Europa

Nel 2003 sono stati fatti i primi progetti. Nel 2015 sono iniziati i lavori in Albania, ed ora il gasdotto è in costruzione sia in Grecia che in Italia. Parte nei pressi del villaggio greco di Kipoi, al confine turco (dove si collega al già esistente Trans Anatolian Pipeline). Da lì dovrebbe attraversare gran parte della Grecia settentrionale, correre attraverso l’Albania, gettarsi nel mare Adriatico per raggiungere infine il Salento, in Italia. Lungo il tracciato del gasdotto, in Grecia è prevista la costruzione di 22 stazioni di valvole di blocco (punti di possibile interruzione e/o manutenzione), e 2 centrali di depressurizzazione (vicino a Kipoi e Serres) per facilitare il passaggio del gas.

In Italia è in corso una lotta consistente contro questo nuovo progetto del potere in una combinazione offensiva di opuscoli, giornali e manifesti, atti di sabotaggio, manifestazioni e attacchi contro le strutture del gasdotto stesso, così come contro le aziende che beneficiano della sua costruzione e sfruttamento. Anche nella regione greca di Kavala, gli abitanti del posto in diverse occasioni si sono dati da fare per bloccare fisicamente la continuazione dei lavori.

Lo Stato e l’industria energetica vorrebbero farci credere che se spendono una quantità inimmaginabile di denaro, distruggono terre e militarizzano intere zone per costruire nuove gigantesche infrastrutture, ciò avviene per consentirci di vivere la nostra esistenza quotidiana. Ma, a parte il flusso di denaro che garantirà agli Stati e alle società coinvolte nel TAP, dobbiamo chiedere a noi stessi: a cosa serve davvero tutta questa energia? Non sono i nostri bisogni fondamentali a richiedere la quantità di energia oggi prodotta. Sono le industrie che mantengono questo mondo capitalista, è l’industria della guerra, è il flusso costante di informazioni e di “capitale umano”, è…

È il carburante per la società che continua a produrre ricchezza per alcuni, e povertà e miseria per molti.

Ogni progetto realizzato senza alcuna reale resistenza è una lezione di pacificazione. Porta un messaggio sociale che vuole dimostrare che il nostro l’ambiente non esiste, che sarà sempre il loro ambiente. E trasformano un campo in una prigione, una foresta in una stazione di compressione del gas, una montagna in una miniera d’oro, e così via. Finché non ci si solleva e si lancia, anche con un semplice gesto, sabbia nella macchina.

I tentacoli del TAP arrivano lontano. C’è lo stesso gasdotto in costruzione, con le sue opere di scavo, la sua costruzione di stazioni di valvole di blocco e di compressione, distribuite su centinaia di chilometri. Solo in Grecia ci sono aziende come Makedoniki Etm Ee, Siemens e Gaia SA a Salonicco, e Ellaktor, J & P Avax SA, Corinth Pipeworks SA, Terna SA, Siemens, Kantor, Geomatics Sa, C & M Engineering, Speed ​​SA ad Atene, che partecipano direttamente al lavori di costruzione. Ci sono gli uffici dei progetti a Salonicco, Atene, Komotini e Kozani. E naturalmente ci sono i politici, i loro uffici, le loro case di vacanza, i loro campi da golf, i loro ristoranti preferiti… E poi c’è ogni pezzo delle infrastrutture del denaro, della comunicazione e del flusso di prodotti del sistema capitalista di cui il TAP vuole diventare parte.

Le vene del dominio si diffondono in molti luoghi. Con creatività sovversiva possiamo rintracciarli ed interromperli…

[Tratto dal sito internet Tilt. Informazione e lotta contro il Tap – tiltap.noblogs.org]

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Velocità

Tutti abbiamo bisogno di raggiungere uno scopo. Ci affanniamo per questo e ci diamo continuamente obiettivi da raggiungere.
Quello che sta lontano da noi ci angustia, quando non ci preoccupa nel senso pieno del termine, quindi vogliamo raggiungerlo, se non altro allo scopo di possederlo, e quindi di controllarlo. Ogni viaggio è un modo di fuggire alle proprie paure.
Ma non esiste un obiettivo innocente, una stazione di arrivo che non comprenda in sé qualcosa di spaventoso, di concluso e quindi di mortale. Lo scopo non è mai privo di conseguenze, senza che ciò possa indicare una differenza esatta con quello che siamo, una specie di sostituzione reciproca, come accade poniamo con la parola. Nell’obiettivo c’è la persistenza necessaria di tutte le possibilità, contraddizione dell’irripetibile che si ripete proprio perché si trasforma sempre. Più andiamo veloci verso la destinazione, più sfuggiamo alle nostre possibilità di capire, più si affievolisce la cognizione che abbiamo del nostro destino. Ciò causa un intestardirsi della coscienza nella sua ripetitività, difesa e tana contro la paura.
In questo eterno pulsare si dà tutta la realtà, non un singolo viaggio. Nell’apparente ripetizione si delinea per intero la struttura dell’esistente, mentre nell’impossibilità di una ripetizione identica a se stessa si delinea per intero la tragedia di una corsa che non ha mai fine, restando comunque priva di senso.
Possiamo parlare del viaggio, ma per capirlo dobbiamo esserci dentro, essere nello spostamento verso qualcosa di diverso, dove il contenuto di questo spostamento è il rischio stesso, non una riflessione sul movimento. Ma parlare della velocità, come dello spazio o del tempo, contrassegna sempre una distanza, un’incolmabile distanza, e questo sarà il campo di percorrenza dell’itinerario, il territorio del dire che farà da velo al territorio da percorrere, velo che non può nascondere tutto, prima o poi la paura dell’ignoto viene fuori, e non saranno certo le parole a superare questo abisso.
La spaventosità del punto di arrivo la nascondiamo in molti modi. Ad esempio banalizzandola, trasferendola nell’oggettività da quattro soldi della vita quotidiana, del di già conosciuto. Non c’è viaggio nuovo che non ci affascini e non ci faccia paura nello stesso tempo, viaggio all’interno del quale il tempo non si allunghi in maniera incredibile, per poi riaccorciarsi quando quell’itinerario è già sperimentato.
Per un attimo, come i fuochi d’artificio, ogni incertezza sfuma nella sua massima estensione. Ma non esiste certezza pensabile, né sincronia deliberata di meccanismo che possa resistere a lungo. Ogni riproduzione meccanica, rumorosa e utile, ogni cartolina pubblicitaria di luoghi e stazioni d’arrivo, sacrifica se stessa all’imprendibile attimo dove somiglia dolorosamente alla stazione di partenza, ogni durata appare per quella che è, un’illusione senza gusto. Lo spazio nasconde un segreto che svela solo nell’angoscia del movimento, nel disperato tentativo di capire il perché di quello che viene dopo, senza legame e senza ragione con quello che è di già accaduto prima. Questo segreto è dato dal suo carattere istantaneo. Non è possibile parcellizzarlo. I chilometri sono un’illusione della tecnica che il brivido della coscienza continua a rifiutare. Perciò corriamo a dismisura, su mezzi sempre più veloci, su treni e auto e aerei, verso la nostra distruzione. Perciò non ne possiamo fare a meno.
Proponendo la distruzione di quello che la tecnologia dell’alta velocità ci mette davanti – oggi il treno, domani un altro mostro dello stesso genere – non ci illudiamo di acquietare con questo i nostri sogni o le nostre paure. Non vogliamo rendere la realtà più facile, non vogliamo conservare le cose nella loro stesura precedente nella prospettiva di future utilizzazioni “buone”, non persuadiamo nessuno, né raccogliamo proseliti.
Sappiamo che la fuga dalla solitudine è anche la nostra fuga. Non ci atteggiamo a portabandiera di teorie quietiste che non ci interessano. Vogliamo solo entrare nella nostra fuga, essere noi la nostra velocità, decidere noi i tempi e i modi in cui realizzarla, anche nella più stupida delle maniere, anche correndo in motocicletta, quando il vento ti fa uscire a forza le lacrime dagli occhi e sai che un piccolo scatto del polso potrebbe costarti la vita.
Ciò comporta di per sé una distanza dalle mode, una igiene culturale che non è necessariamente contrapposizione di principio, che suonerebbe meglio come snobismo. Il conformismo è una malattia dietro l’angolo cui non è facile sfuggire solo con la forza di non mettersi d’accordo. L’avere torto può essere una sorta di prova indiretta che ci si trova su di un sentiero interessante. Ma come scoprire questo sentiero? Dove trovare la forza di avere torto?
Nelle nostre scelte degli obiettivi da raggiungere, delle stazioni d’arrivo, c’è sempre qualcosa di contraddittorio e di non molto chiaro che si nasconde dietro una pretesa evidenza. Siamo sollecitati da qualcosa che ci manca. Questa mancanza la riconfermiamo puntualmente nel movimento dell’accumulo, nel complesso groviglio delle iniziative che prendiamo, le quali restano in gran parte inespletate. Più restiamo in queste frenetiche vicende del fare accumulativo, più immaginiamo e progettiamo (spesso senza neanche avere idea dei mezzi necessari per realizzare quello che ci proponiamo), più quelle possibilità ci sfuggono, più ci avviciniamo all’accumulo, più mettiamo carne sul fuoco, più ci sfugge il senso della possibilità “altra” del meccanismo stesso. In questo movimento ci concediamo all’improbabile rielaborazione della nostra vita, alle visite inaspettate, all’avventura e al caso codificati, alle soluzioni impreviste ma ortodosse. Ci permettiamo desideri che immaginano la scomparsa della distanza, che costituiscono avvicinamenti, anzi producono accelerazione del passaggio tra lontananza e riaccostamento.
È importante capire che ogni viaggio può avere un senso vitale per noi solo se, attraverso l’inquietudine, non siamo più in condizione di prevedere il desiderio della destinazione, solo cioè se riusciamo a non desiderare nei suoi dettagli quello cui stiamo andando incontro. Questi dettagli infatti, fissando condizioni di sicurezza, impediscono il rischio e disegnano un itinerario turistico conosciuto in partenza. Per spezzarli dobbiamo volere e amare il nostro destino, essere fuori dalla paura.
Sono molte le maniere di muoversi. Ci si può muovere per paura, ed anche per temerarietà. Mai per sincerità. Nel viaggio c’è sempre un tentativo di nascondimento. Difatti si può rimettere continuamente tutto in gioco solo non rivelandosi a se stessi, immediatamente, per quello che si pensa di essere. Il bilico tra i due versanti consente un gioco di astuzie praticamente infinito. Nessun movimento della coscienza è asettico. Non avviene mai sulla base di una ipotesi da verificare. Non c’è mai una condizione che possa garantire una pacifica e distaccata visione del mondo.
Il luogo del viaggio dovrebbe essere quello della scoperta, l’itinerario uno dei momenti in cui ci si trova al cospetto di se stessi. Si potrebbero così cogliere, non disvelare ma cogliere, il senso degli opposti contrasti, il rapporto reale che esiste tra la destinazione e il suo raggiungimento. Nel viaggio potremmo trovare il primo segno della verità che traluce dietro la simulazione. Ma, per far questo dobbiamo rompere l’accordo di non belligeranza con noi stessi, dobbiamo metterci a rischio. Ogni accordo è semplicemente simulato, non produce chiarezza, mette tutto a tacere, sigilla l’archivio. Ma quando il sigillo viene apposto, concordando tutte le contraddizioni, la verità è di già morta da un pezzo. L’itinerario è quindi crescita delle meraviglie, aumento dei meccanismi di copertura, non semplificazione, non distinta ricerca delle componenti. Ogni viaggio è trasferimento in blocco al di là della trama che da sempre si continua a tessere, ed è anche ricerca della morte, guardare verso il territorio che non si conosce, ma che ci ha tante volte visto ospiti coraggiosi e coinvolti.
Si potrebbe, come Apollinaire al cospetto della prima automobile a Parigi, gridare: plus vite, nom de Dieu, plus vite, più presto, perdio, più presto. Il gioco senza fine, quando ha inizio, risulta troppo pesante se a giocarlo si è in più di uno. Ora, il giusto valore dell’impossibile può essere considerato solo da chi ha deciso di possederlo, anche a costo della propria messa a repentaglio, oltre la singola, miserabile, possibilità di vita. Molti pensano che tutto ciò corrisponda esattamente alla debolezza generalizzata, specchio fedele di un profondo cambiamento delle strutture sociali. Debolezza che non è poi molto difficile definire come crisi o come decadimento e altri consimili concetti. Non sono d’accordo. Se la critica negativa della razionalità costituisce una debolezza, è bene accettarla se tutti i risultati della forza della ragione sono quelli che abbiamo sotto gli occhi. Ma la verità è che non si può parlare, se non a torto, in termini di debolezza o di forza del pensiero. Sono solo luoghi comuni di recente invenzione.
Anche nel rischio del viaggio cerchiamo di trovare i rassicuranti elementi del di già dato, vogliamo fare nostra la destinazione, questo è vero, per cui ci qualifichiamo surrettiziamente, ma non vogliamo perderci, come quando partiamo per un viaggio turistico organizzato e lasciamo accuratamente in cassaforte pellicce e ori. Mettiamo qualcosa a repentaglio, ma solo qualcosa, giochiamo una piccola percentuale di quello che possediamo. Ci riserviamo sempre un entroterra di sicurezza. Ecco perché sosteniamo la conoscenza sulla base del metodo dell’ “a poco a poco”. Siamo bottegai e non vogliamo ammetterlo. Sulla soglia della bottega, quando mettiamo fuori il naso, guardiamo sospettosi il cielo e scorgiamo sempre segni di futuri rivolgimenti e, a volte, ci rincuoriamo e sogniamo ad occhi aperti. Poi corriamo subito a rifare l’inventario per paura di avere perso qualcosa. In questo modo, non possiamo pretendere nulla dalla vita, né possiamo darci una prospettiva di trasformazione. Deludiamo gli altri, che prima o poi scoprono il nostro maldestro gioco delle tre carte, e deludiamo noi stessi che, comunque, non potevamo mai sognare di illudere. Così perdiamo ogni contatto reale col mondo che ci circonda, e viviamo contagiati dalla nebbia. Invece di giocare veniamo giocati. La paura rileva sempre la nostra ripugnanza di fronte all’imprevisto e alla diversità.
In definitiva possiamo scappare dalla realtà in due modi, o rallentando la nostra vita, rinchiudendoci nei ritmi del di già conosciuto, o accelerando tutto al massimo, trasferendoci in una crescita esponenziale che volendo abolire la distanza la riconferma nella sua espressione più terribile, quella del carcere, in primo luogo del carcere delle idee.
I due aspetti sono complementari. Non si sfugge ad essi né inseguendo record di velocità, né sognando passeggiate con la carrozza a cavalli.
Alfredo M. Bonanno
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Brancolare nel buio

«Io credo che quando non sia possibile fidarsi dell’amicizia di un essere, il meno che si possa fare è considerarsi suo nemico» – Renzo Novatore
Solitamente, quando un corpo si trova in putrefazione è del tutto inutile affannarsi a dargli ad ogni costo la guarigione. È spacciato, conviene farsene una ragione; riposi in pace, dunque. Non serve di certo possedere lauree in medicina per fare propria la consapevolezza che tenere in vita un organismo ormai morto significa, prima o poi, finire col cibarsene. Corrompendosi nell’anima, o nello spirito se si preferisce. Se è vero che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, così è indubbio che chi non stacca la spina al cadavere rischia di seguirlo ben presto nell’Aldilà.
Ma a subire il fascino di quella pratica nota come “accanimento terapeutico” paiono non essere solo i camici bianchi. Invero, è quanto da un po’ di tempo a questa parte continua a capitare a coloro che ancora si ostinano a tenere in vita un soggetto paradossale dal nome di Movimento, dalla sopravvivenza del quale pare discendere la loro salvezza. Senza di esso, sprofonderebbero nel più grigio smarrimento; come quello provato da chi, dopo una folata di vento che gli ruba il vestito, si ritrova nudo di colpo. Con tutta evidenza, quel corpo non doveva appartenergli poi così tanto.
L’Italia è con tutta probabilità il luogo d’Europa in cui lo Stato ha negli ultimi anni sfornato la maggiore quantità di inchieste giudiziarie dirette contro coloro che desiderano farla finita con l’autorità e le sue leggi. Così – e questo anche in Spagna, Grecia, Cile, Messico – la repressione piomba puntuale su chi non accetta di vivere servo ed esorta gli altri a coltivare questo folle sogno. Ma cosa ne è della reazione dei nemici di quest’ordine? Senza la paura di ingannarsi, si può dire che essa lasci alquanto a desiderare, e ciò è dimostrato dal fatto che il vento della solidarietà rivoluzionaria, sempre più simile ad un’arma spuntata, non fa paura al potere. Troppo poco incisivo il modo in cui reagiamo alla repressione, miserabile la sopravvivenza al sempre uguale che ci domina e che non facciamo nulla per minare.
Quello della solidarietà è uno tra i tanti momenti che rischiano di diventare un vuoto galà di pacche sulle spalle e sguardi contriti. Gli autoritari con gli anarchici, gli amici della politica con i suoi nemici – nemici sì ma neanche così tanto, dopotutto non si sa mai che si debba un giorno avere bisogno perfino della solidarietà dei primi.
Che confusione, non è così? Eppure…
A ben vedere, il miglior modo per evitare di trovarsi in situazioni di imbarazzo è quello di fare finta che tutto vada bene, lasciandosi alle spalle ogni problema, oppure rimandando la sua soluzione a data da destinarsi. Con buona pace di chi non intende aspettare per vivere oggi ciò che auspica per l’avvenire.
Dinnanzi alle esigenze dettate dalla contingenza tutte le differenze, anche le più profonde, finiscono per essere ricomposte e recuperate, come avviene talvolta ad una coppia di coniugi che non si sopportano in occasione del matrimonio del figlio.
In una serie tristemente infinita di situazioni, piuttosto che osare si preferisce gustare comodamente un minestrone insapore, prodotto di un’ostentata idea di unità, pretesa soluzione alla codardia cui sembriamo condannati. Ecco dunque il Movimento bello che riesumato, per la convenienza di chi vede la lotta contro il potere come nient’altro che una battaglia politica, di cui è bene non perdere di vista i fili che la dirigono, ricacciando al proprio posto gli eventuali provocatori. E così tutto ritorna nei ranghi, questa realtà totale alla quale siamo incatenati esulta, mentre la nostra sete di libertà soccombe a poco a poco.
È noto, creare miscellanee di sapori molto diversi tra loro, talvolta troppo, ci consegna mosaici tanto complessi quanto sfumati. Più il minestrone sarà fatto eterogeneo, tanto più annacquata risulterà la sua consistenza.
La paura di rimanere soli spesso ci spinge a rimandare il momento di farla finita per sempre con certe compagnie. Eppure è così per tutti i gruppi di amici, purché per amicizia si intenda un legame ben più profondo della mera appartenenza opportunistica a una cerchia. L’isolamento, che è una delle possibili conseguenze di sapersi scegliere bene gli amici, ad alcuni evoca un pensiero tremendo: che sia, in sostanza, come brancolare nel buio, una volta smarriti i propri punti di riferimento. È opportuno, quindi, fare attenzione, tenere a bada l’orgoglio, che da soli non si va da nessuna parte, ma se si è tanti invece… Per questo non è raro vedere questi instancabili mediatori buttarsi a capofitto nella melma della politica con l’obiettivo di tenere insieme; spasmodicamente, oltre ogni possibilità ed evidenza. Guai poi a fargli notare la loro somiglianza con i furfanti che siedono nei palazzi di governo.
– “Ma come, siamo anarchici, perbacco!” –
Ritrovarvi soli, è questo il timore che vi impedisce il sonno? Benché la tentazione di vedere nel singolo e nel gruppo due poli contrapposti non ci raggiunga, domandiamo: chi vive nella costante preoccupazione di riferirsi anzitutto agli altri piuttosto che a se stesso, ancor più se con questi altri non condivide un bel niente, non diviene forse per la propria individualità il primo carceriere?
Non è forse vero che dove l’individuo ha pieno possesso delle proprie facoltà, lì dimora l’anarchia? In che modo la paura di vedere ridursi la schiera di sodali può ancora condizionare chi ha compreso che la coscienza è una questione di esistenza individuale e non di classe? E se, con Galleani, chi parla di organizzazione non ha altro chiodo fisso che le masse che aspira a governare, che dire di coloro che dei sinistri proselitismi proprio non ne vogliono sapere, ma che al contempo desiderano che l’incendio divampi?
Si mettano l’animo in pace i vari politicanti della “rinsurrezione”. Per qualcuno pensare ed agire senza prestare il fianco all’opportunismo e al calcolo della politica non significa affatto brancolare nel buio. Al contrario, vuol dire vederci più chiaramente, respirare a pieni polmoni. E dove l’aria è più pura? Non è semplice rispondere, tanto è raro imbattersi in luoghi del genere. Tuttavia, una cosa è certa: per trovarne non è ammesso accontentarsi di quel che è rimasto. Del resto, per quanto affatto contrari alla pratica dionisiaca dell’orgia, esistono ammucchiate ed ammucchiate. L’orgasmo è una cosa seria, in quanto ha a che vedere col piacere, e proprio per questo non può in alcun modo dividere il letto con infami, delatori, autoritari e i loro amici.
Tempo fa, a proposito di nucleare e sabotaggio, si è sostenuto che si vede più chiaramente al buio. Siamo d’accordo. Il problema è che l’oscurità fa paura a molti, perché implica incertezza, rischio, in qualche caso solitudine. Troppo spesso siamo disposti ad affidarci maggiormente alla concretezza del reale che al desiderio di vivere, al pragmatismo che ai sogni. Il primo teme le tenebre: esso porta con sé il proposito di ridurre l’universale sotto la propria luce. La luce opprimente del cielo. Ma i sogni no, quelli, prediligono la notte.
Lontani dalla convinzione che sia un modello a dare forma alla realtà, rifiutiamo il proposito di elaborarne: che di questo si occupino gli amanti dell’oggettività, buoni solo a cambiar di padrone. Che le nostre potenzialità incrocino più le possibilità del disordine che le formule dell’intelletto. E se il nostro proposito, come affermava Emile Armand, è quello di vivere per vivere – perché la vita, quella vissuta appieno, basta a se stessa e nega radicalmente la quotidiana miseria – dobbiamo sviluppare la capacità di nutrire il nostro spirito alla fonte della distruzione, immaginando e creando spazi con chi da questa prospettiva continua ad essere scosso intimamente.
E’ sul sentiero della vita, che altro non è che una lunga lotta, che possiamo incontrare compagni di giochi. Sulla strada della sovversione di questa realtà dimorano altri ribelli con i quali potersi intrattenere nei modi più fantasiosi e goderecci. E ridere, con gli altri e tra sé, all’ombra delle macerie di ciò che esiste.
Poche sono le questioni sulle quali possiamo vantare certezza. Tra queste, una semplice consapevolezza: non si può essere per la libertà e al contempo strizzare l’occhio all’autorità. E, tanto meno, utilizzare la seconda per arrivare alla prima. E ancora, intrattenersi con chi lo fa perché avere tanti amici è molto meglio che averne pochi o, peggio, che non averne affatto. I nostri piedi continueranno ad indossare una scarpa per volta e a circondarsi di chi non indugerà a sputare sulla ragionevolezza del politico. In fondo, la libertà ha un prezzo elevato. Ma tant’è, non abbiamo una bandiera da esporre al soffio del vento. Vogliamo essere il vento, che esplora i rischi dell’ignoto.
La paura di perdere quelle poche rassicurazioni che la società-galera beffardamente ci garantisce colpisce chiunque prenda sul serio il pensiero di mettere sottosopra questo mondo. Abbandonare tutto (e in qualche caso tutti, se necessario) per lanciarsi nel vuoto è cosa da pazzi. Meglio tenersi saldi alle sbarre che, per quanto sbarre, saranno pur sempre conosciute, più rassicuranti dell’inesplorato. Conosciamo la posta in gioco e – sapete che c’è? – vogliamo essere folli.
[Stramonio, n. 2 – 11/2015]
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