E’ uscito il numero 2 del giornale anarchico Vetriolo

Vetriolo – Giornale anarchico – Numero 2 – Autunno 2018
E’ passato del tempo. Dopo un anno pubblichiamo un numero di Vetriolo, il numero 2. Fino ad ora non abbiamo dato al giornale una periodicità più assidua e nemmeno lo abbiamo voluto. Non che in questo tempo non avessimo avuto qualcosa da dire, anzi. D’altronde non abbiamo mai strenuamente inseguito la possibilità di dare una periodicità molto stretta alla pubblicazione, che per la propria forma (sia con testi di agitazione, d’analisi e di “attualità” più o meno brevi e concisi, sia con articoli teorici più estesi e complicati) non vi si addice. Allo stesso tempo desideriamo fare uscire il giornale in tempi non troppo dilatati. Comunque pensiamo che questo giornale sia uno strumento importante per il movimento anarchico aldilà dei tempi con cui riesce ad uscire. Le pagine di Vetriolo sono sempre state e continueranno ad essere un mezzo destinato alla discussione, al confronto e allo scontro tra anarchici. Questo giornale continuerà a dare spazio e tempo al dialogo e al dibattito tra rivoluzionari, anche a quelli che si trovano ad essere imprigionati. In questo numero vi sono alcuni scritti e articoli di Marco, Anna e Alfredo, imprigionati a seguito degli arresti per l’operazione repressiva “scripta manent” del 6 settembre 2016.
Gli anarchici si sono sempre appropriati di strumenti per alimentare, col dibattito e le azioni, le idee anarchiche e l’anarchismo stesso. Su questo giornale si cercherà di continuare a dare dello spazio e del tempo per il dibattito, la polemica, la riflessione, l’approfondimento, l’analisi. Non ci stancheremo di ripeterlo, si tratta di aspetti che riteniamo ben distanti e differenti dalle chiacchere, dalle sterili opposizioni, dai luoghi comuni e dalle beghe che, a nostro avviso, affliggono alcuni contesti del movimento anarchico. In quest’ottica, questo giornale non sarà mai rappresentativo, soprattutto di una qualche fazione, “tendenza” o linea da seguire o cui attenersi. Non abbiamo pensieri da contemplare, personaggi da ammirare e nemmeno bandiere da sventolare. Abbiamo, invece, la coscienza della netta differenza di determinate convinzioni nostre rispetto ad altre. Abbiamo la consapevolezza che la rinuncia dell’anarchismo significa la rinuncia di ogni possibilità rivoluzionaria e sovvertitrice. Abbiamo la volontà e l’intenzione di mettere al bando ogni gretta superficialità.
Oggi pare che, in tanti, sempre più, ci accontentiamo di assimilare fatti e nozioni facilmente memorizzabili e condivisibili. Le beneamate cose oggettive, immediate. Nulla di così complicato, e ben poco su cui poter riflettere. C’è chi esalta una vera e propria ignoranza, rigettando “la teoria” come qualche cosa di inopportuno, di noioso, di secondario. Perfino come qualcosa di autoritario. Difatti, non a caso, può capitare di sentirsi dire di “voler fregare” e ingannare qualcuno solo esponendo ed esprimendo le proprie idee. Ignoranza rivoluzionaria? Certo che no. Queste miserie sono tipiche di chi non riesce a percepire come complementari il pensiero e l’azione. Desideriamo che questo giornale non venga “fruito” passivamente, che il pensiero non resti cristallizato tra le righe e le colonne di una pubblicazione, ma che possa animare i dibattiti esistenti tra anarchici, contribuendo alla chiarificazione di intenti e prospettive, dando spazio ai vari aspetti della lotta antiautoritaria contro il potere. Proprio per questo invitiamo i compagni interessati a farsi carico della diffusione del giornale nei propri luoghi e in maniera più ampia possibile, e invitiamo anche a fare pervenire riflessioni e critiche.
Sappiamo che si tratta di un progetto ambizioso. Questo giornale raccoglie dei pensieri, ma non li raccoglie come un semplice contenitore. Ha la pretesa di volere esplorare svariati “fili” di lettura, di analisi e di riflessione che, di volta in volta, vengono approfonditi e sviscerati. Per cui, per ogni numero, non ci limitiamo a raccogliere dei testi, degli articoli, a metterli in fila e a comporli nel giornale. Inoltre una buona parte dei testi sono destinati e ideati specificatamente per questa pubblicazione, hanno un preciso significato in questo progetto. Ogni volta torniamo ad analizzare delle questioni, dei pensieri e delle idee che riteniamo importanti, necessarie o impellenti, e con queste intendiamo anche procedere nella comprensione della realtà che ci circonda. Abbiamo questa ostinazione, questa sorta di ottusità cui non vogliamo rinunciare. E voler comprendere non è, necessariamente, sinonimo di volere essere comprensibili per chiunque.
In particolare in questo numero abbiamo “scoperto” una spontanea “cospirazione” fra i principali articoli redazionali verso il tema dell’interpretazione da dare alla rivoluzione tecnologica in corso. Ne ha parlato Alfredo Cospito nella sua intervista, di cui abbiamo pubblicato la prima parte e che finiremo di divulgare nei prossimi mesi; l’abbiamo affrontata dal punto di vista filosofico dello “statuto teorico” da (non) dare al concetto di Natura, criticando i fraintendimenti metafisici all’interno dei movimenti ambientalisti; l’abbiamo ripreso anche da un punto di vista storico, sull’articolo dedicato alla nascita dello Stato, individuando nella transizione tra la cosiddetta Età del Bronzo e l’Età del Ferro il momento storico nel quale le società autoritarie implementano la loro struttura militare e la divisione del lavoro ad essa necessaria. Ma non ci siamo fermati alla teoria, abbiamo “osato” interpretazioni a nostro avviso fondamentali per comprendere l’attualità. Come nel numero precedente avevamo osservato la crisi sociale che le nuove tecnologie avrebbe recato alle classi più povere dell’umanità (a partire dal tema occupazionale, vero e proprio tabù per la riflessione anarchica degli ultimi anni), questa volta ci siamo spinti ancora oltre: abbiamo ipotizzato che le nuove tecnologie siano direttamente correlate con la cosiddetta “crisi della globalizzazione” (perché sfruttare un bambino in Vietnam, quando i padroni potranno “stamparsi” le scarpe direttamente con le stampanti 3D?) e che fenomeni come la Brexit, Trump, Orban, Salvini, ecc., siano il prodotto di questa tendenza storica verso un nuovo nazionalismo robotico.
Insomma analisi teoriche generali per afferrare gli strumenti idonei per l’attacco al mondo reale. Perché, rovesciando lo slogan che fu dei no global, “un altro mondo è impossibile, è questo che dobbiamo combattere”. Dunque si fa un gran parlare di elasticità, flessibilità, capacità di essere comprensibili dagli altri, felicità nell’adeguarsi ai tempi che corrono (ma dove vanno se corrono?). Spesso riferendosi all’elasticità si sottende l’arte del compromesso, e alla comprensibilità l’arte della mediazione. E per molti ciò significa essere flessibili, il che vuol dire anche divenire duttili, malleabili, manipolabili e allo stesso tempo incredibilmente rigidi. Perché questo mondo, in un certo senso, ci ha abituati ad essere rigidi, di una rigidità che porta ad avere i paraocchi e le catene ben piantate nella testa. Ma perché elasticità e flessibilità devono sempre, per forza, essere sinonimi di compromesso e mediazione con una realtà che ci disgusta? Pensiamo che si possa andare oltre. La nostra è l’elasticità della fionda, una flessibilità tesa a colpire più forte. Proprio per questo riflettiamo, analizziamo e studiamo lo Stato, il capitale, la scienza, la tecnologia, l’economia, le miserie della politica, le sorti del movimento rivoluzionario. Non certo per diletto, non certo per trovare un pertugio per un futuro collocamento.

All’interno:
Elastici come una fionda
2007 – 2017. Dieci anni, fra rivolte e riflussi
Convergenze parallele. Un contributo di Marco dal carcere di Alessandria
Dal fronte popolare al fronte civile
Monocultura 24 ore
Tutta la verità…
Considerazioni sulle gabbie della democrazia
L’insostenibile pesantezza dell’essere scientifico
I sogni di prigionia e la prigionia dei sogni
Infiniti occhi
Stupratore e padrone
Contro l’anarchismo di Stato
La nascita dello Stato
Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara. Prima parte
I Nuovi Mostri: l’anarchismo “sociale ma non classista”
Una storia sinistra. Seconda parte (1943 – 1962)
La pacchia è finita

Una copia: 2,00 euro. Per la distribuzione, a partire da almeno cinque copie: 1,50 a copia. Spese di spedizione: 1,30 (fino a 2 kg). Spese di spedizione in Europa. 5,00 euro approssimativamente. Gratis per le persone prigioniere.

Per richieste di copie, per contatti, riflessioni e critiche, e per spedire materiale potenzialmente interessante per la redazione del giornale fare riferimento alla e-mail: vetriolo[at]autistici.org
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The only possible administration

The only possible administration
The question of cities
These are times when it seems there are big discussions about the issue of cities, urban areas, about the possibilities of revolt inside them (even of living), of their reformability. Big discussions frequently focused on various topics relating to struggles carried out by many opponents, antagonists, often reformists, sometimes even by enemies of every order and authority; among these issues there is gentrification, a word not so unusual anymore, a word we now want to express some thoughts about.
We have a very clear idea about the issue of the cities: the cities have to be destroyed. We believe the development of civilization and the establishment of authoritarian societies stem precisely from the urban coexistence. Along with the human concentration in urban agglomeration, the oppression by the human species against nature and by humans against other animal species became improved and systematic. These tendencies, which actually precede the birth of the cities, along with the emergence of urban civilizations made a qualitative leap forward: the exploitation of a part of human beings by others was born.
The city, as a concentration of human beings, has indeed two immediate and inevitable consequences: the first is the division of labour, therefore the birth of class oppression; the second is the need to administer the complex urban society, therefore the birth and the establishment of the State. Consequently, the existence of exploitation (at least, of man by man) and of the State would be impossible without cities. And vice-versa, any form of coexistence liberated from State domination and Capital is not possible in the cities. This is even more evident if we observe the capitalist development of urban areas. The city is the cradle of capitalism: merchants, usury and banks were born in the city even before the industrial capitalism. Our language still preserves the memory: “bourgeoisie” is literally the population of “burg” (town). Even the analysis of language suggests that burg, a city, without bourgeoisie would be inconceivable.
But this belief is not based just on a wordplay. At first, the industrial development kept the manufacturing production within the cities, which in the meantime became metropolises. The agricultural production had already been relegated outside the city, or on the contrary, the new cities were build around the factories. Like in a Dickens’ classic. This has influenced the liberation ideologies and theories adopted by the oppressed around the 1850s. Actually, more Marxism than anarchism.
Today we live in a completely different phase. Capitalism banished from the cities even the industrial production. In Italy there are cities like Cassino (30.000 inhabitants) that has more workers than Rome (3 million inhabitants). Even if we wanted to be the defenders of factory (which we are not at all), the cities and especially the metropolises appear more and more like parasitical organisms, as tumours that suck and consume what is produced elsewhere. The electricity, the steel on which the public transport runs, the cars, not to mention the food, are all produced outside them.
This makes an urban revolution objectively impossible: an insurgent fairytale city would starve and freeze to death after a few weeks, unable and helpless to handle its complexity in a different way than the State does. And so dies the socialist utopia of expropriation of cities by the hand of working class or whichever urban sub-proletariat. Therefore, we are surprised by the attempt made even by many truly revolutionary comrades to replace this socialist utopia with a libertarian utopia of city life. What is theorized, constructed, applied by authority, can in no way be taken as an example and used differently from the reason why it was designed.
For the anarchists there cannot exists a presumed “other” possibility to administrate, even in an intermediate way. Capitalist development puts us in front of objective non-reformability and impossibility of a self-managed projectuality of the cities.
The only possible administration is the one made by the State, which increasingly concentrates the informative brain, offices, barracks, symbols, institutions, logistic and administrative heart in the big urban complexes. Cities, before the metropolises, due to their “nature” are the applied theory of ruling power. They are the phenomenology itself of capitalism. Suffice it to say that, for example, in France the Gendarmerie is actively involved in urban planning, indicating how the cities should be build and modified according to their control requirements.
To this so-called “mass” and economy discourse, we have to add the individual one. Technological pervasiveness and the more and more robotic and virtual life to which the city dwellers are forced (most of them without raising any objection, besides the merely reformist ones) are producing increasingly alienated individuals, similar to those machines we surround ourselves with, day by day. An alienation – of nowadays – qualitatively different from the one of the early capitalism. In the past people were alienated because of exploitation; but at least to be exploited it could provide that awareness of wanting to brake one’s own exploitation, to free oneself of one’s own alienation. Today the “classic” exploited, those who “produce things”, do not live in western metropolises. The residents of big urban complexes are alienated by pointlessness, by boredom and by misery of their city life.
So much for the capitalist development of the cities. Many opposers and antagonists (sometimes even anarchists) have begun to carry out struggles against the modification of urban areas’ forms and their organisations, struggles against gentrification. At first glance, we are pretty sceptical about this topic, and it seems to us it is nothing but an intellectual school in the antagonist world. It seems that this fact does not propose the destruction of cities, but instead it looks like it is limited to study and to resist to their transformations. Saying we are not interested in this topic may sound like a superficiality, the defeatist will to do nothing. The study of modifications undertaken in the cities – as a cancer, as a living organism – is certainly very important for those who consider it necessary to fight them. Among these studies there is certainly also the analysis of gentrification, because the cities do not grow and change randomly. Precisely because of this the gentrification is a tool of this transformation, a tool of State power which can not be reformed, it rather auto-reforms itself.
There is a risk in the intent to stand against mere modifications undertaken in the cities, because we run the risk of wanting to keep and preserve some of their parts just as they are, along with some of their social and economic characteristics. Another risk to be avoided is talking only about gentrification, forgetting the struggle for destruction of the city. This would lead the anarchist movement to civil-society positions – unfortunately something that is already happening – in defence of domination attacks, which evicts, destroys, rebuilds, controls… and us, without ever fighting back.
On the other hand, if we take a look at the recent outbreaks of more-or-less widespread urban rebellions, we surely cannot be astounded if, in addition to symbols of domination (banks, temporary employment agencies etc.) and its henchmen (police, carabinieri, financial police), there are regularly attacks on and destruction of public transport, bus shelters, flowerbeds, advertisings, cars, traffic lights and everything that serve as the frame of our exploited and alienated lives, day to day. Not taking in mind those, among the antagonists, who complain about few shops or cars burned down.
We choose the way, certainly not the easiest, of total destruction of every form and structure of existing domination, in a revolutionary and anti-authoritarian perspective and practice. We will not make counter-city’s projects for the planned demolition of some building, like an anarchist demolition company. It would create a theatre opposite to that of many antagonists who struggle against gentrification. We do not believe in de-construction, we believe in destruction.
[Source: L’unica amministrazione possibile, Vetriolo, n. 1, autunno 2017].
[Traduzione tratta da anarhija.info].
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Senza indugi

SENZA INDUGI
Stanchi di essere un’isola nell’isola:
Rompiamo il silenzio!
SOLIDALI CON I RECALCITRANTI,
NESSUNA REPRESSIONE POTRA’ DISTRUGGERE CIO’ CHE SIAMO.
«[…]– Giù la maschera. – I tempi sono sempre maturi per togliere l’ingiustizia quando l’ingiustizia esiste. –Attendete che l’uomo sia rimesso in piedi per rialzarlo? – Allora sarà venuto il momento di dargli aiuto? – O quando giace? O quando l’aggressore gli sta sopra? O quando vi chiede soccorso?»
Carlo Cafiero
Cos’è la nostra lotta. Cos’è la nostra vita.
Nell’attuale regime totalitario democratico, le moltitudini di esclusi, oramai scaraventati ai margini di questa società globale, sono resi invisibili, inutili, abbandonati a se stessi perché considerati “scarti” inevitabili della produzione tecnologica/capitalistica ad alta specializzazione. Ed altrettanti sono coloro che, sfruttati e oppressi, in prossimità del baratro, stazionano sospesi e arrancanti alle pendici del sistema che li cronicizza, li medicalizza e li infantilizza nella rete oppressiva delle leggi e dell’assistenza-dipendenza a vita dall’azienda affaristica del “terzo settore”, facendone dei reietti del ricatto e della miseria, diffidenti gli uni dagli altri, nella contesa delle briciole.
L’esito più eclatante di questa incessante altalena delle oscenità economiche, sociali, morali, culturali, sentimentali ecc. è che, tra servitù coatta e servitù volontaria, la pratica più diffusa, tra sfruttamento e oppressione, diviene la ripartizione in categorie dell’individuo, spossessato di se stesso e sgretolato tra milioni di particelle su ciascuna delle quali orde di vampiri parassitano e ingrassano fino alla sua totale cancellazione.
Così, sotto il peso dell’autorità, delle religioni, del consumismo sfrenato e del servilismo ad oltranza, schiere di lavoratori, disoccupati, migranti ed esclusi di ogni genere rinunciano a battersi, accettano vilmente di contrattare la propria dignità, e schiavi della propria ignoranza e del proprio opportunismo, seppur discriminati e umiliati da un verso, a loro volta riproducono discriminazioni e umiliazioni continue dall’altro; completamente dipendenti e assuefatti dalla delega, si sentono addirittura fieri di rivendicare la “libertà dei sudditi” di poter decidere chi debba esser eletto al governo di turno per decidere; e avendo interiorizzato a tal punto l’autorità, ad ogni pie’ sospinto fanno appello alla sedicente sicurezza statale, alle istituzioni, alla legalità, ai tribunali, agli sbirri, ai magistrati, ai politici, ai religiosi, agli psichiatri, agli assistenti sociali, al volontariato di ogni genere ecc., nell’illusoria attesa e speranza di esserereinseriti dal e nel sistema se buttati fuori, o di esservi integrati se non ancora sistemati. Piuttosto che reagire ribellandosi violentemente contro i ricatti, le umiliazioni e i soprusi subiti quotidianamente sulla propria pelle, e contro la devastazione e l’avvelenamento dei loro territori, elemosinano ai padroni e ai governanti di turno vita in cambio di lavoro e sicurezza in cambio di libertà e, sotto l’allucinante aspettativa di un’inverosimile “collaborazione di classe” con i loro oppressori, delegano, oltre che ai politici, agli stessi padroni e ai capitalisti, il cambiamento delle proprie sorti, fottendosene, tra l’altro, se concorrono loro stessi, con il loro sedicente “lavoro” a produrre veleni, bombe, repressione, devastazione e morte.
Sfrondando tutte le miserevoli apparenze in cartapesta offerte a buon mercato come libere panacee di rincoglionimento nei surrogati di stampo psico-virtuale, e davanti al putrido spettacolo della realtà reale e alla concreta regressione culturale e morale degli individui e dei rapporti umani su tutti gli ambiti dell’esistenza, noi non intendiamo in alcun modo restare inermi.
Oltre agli inevitabili e profondi mutamenti che si susseguono a getto continuo nella so-cietà, resa apatica su tutti i fronti, questa organizzazione di dominio, ha talmente alterato i rapporti sociali, la cultura e la socialità umana che, in generale, pur parlando ciascuno e tutti la stessa lingua è come se tra gli individui non ci si volesse o non si avesse più l’interesse a intendersi e a comprendersi, a rivoltarsi, a discutere, ad agire in termini autoemancipativi o, ancor peggio, nessuno sembra più prendere concretamente sul serio alcunché, né i fatti né i problemi né i discorsi né le persone né le azioni né le innumerevoli ingiustizie economiche e sociali quotidiane prodotte dalla macchina del sistema sulla pelle degli individui; come se ciò che accade e travolge non avesse più alcun potere e forza di scuotere la sensibilità e di scatenare la rabbia e il desiderio di rivolta, la consapevolezza e la volontà di reagire attaccando violentemente e materialmente i responsabili di tutto questo. Ciò nonostante, in questo apparente rassegnato trascinarsi nella realtà, dove, tra pochi aneliti di ribellione, i più sgomitano nel mare dell’indifferenza, del timore e dell’ipocrisia a beneficio del potere, nel mondo virtuale internetiano, a rigor di paradosso, come spazio surrogato dell’agire reale, ondeggiano milioni di soliloqui, anche antagonisti, ma tutti ovviamente sottratti all’azione concreta e reale e, senza rischi, tutti restituiti immancabilmente al mittente!
Di fatto, la libertà integrale e l’incoercibilità degli individui, oggi più che mai, spaventano i più, compresi anche alcuni anarchici. La rottura radicale e profonda con questo esistente è necessaria e non è rinviabile, e per questo occorre quanto più diffondere le idee e le pratiche rivoluzionarie anarchiche antisociali nel sociale, affinché il nostro pensiero e la nostra azione d’attacco diretto insurrezionale possano fungere da «energia vigile e minacciosa che schiaffeggi e scuota l’indifferenza delle masse, suscitando indignazione e costringendo alla riflessione, riscatenando e ravvivando il fuoco delle discussioni, la passione del conoscere, la fede nell’insurrezione» (L. Galleani).
La nostra è una guerra sociale permanente che non ammette esitazioni o remore, è un urto furente contro il potere in tutte le sue forme, contro il dominio capitalistico, militare e ipertecnologico, contro la società e tutti i suoi valori, è uno scontro violento tra le classi per il loro abbattimento, tra l’individuo lo Stato e le religioni, tra la libertà e l’autorità, tra la rivoluzione sociale e la reazione, che non ammette, né può ammettere, interruzioni né compromessi di alcun tipo.
Siamo nichilisti e iconoclasti perché non abbiamo nulla da salvare né nulla da mantenersi di questo putrido sistema e in tal senso, volti a ridurlo in macerie pietra su pietra, uno dei tanti metodi materialmente più efficaci della propaganda e della progettualità anarchica è la diffusione e la pratica dell’attacco diretto insurrezionale, violento e distruttivo delle strutture, delle organizzazioni, dei valori, dei prodotti e degli uomini che appartengono allo Stato e al capitalismo ipertecnologico militare transazionale diluiti ovunque a rete in ogni anfratto del globo.
Oggi più che mai, è fondamentale estendere e diffondere l’ateismo e l’antiteologismo, rafforzare il nostro attacco diretto, critico e sferzante contro tutte le religioni, nemiche vecchie e nuove che siano, contro tutti i dogmi di qualsiasi stampo, colore e tipo, desacralizzando e destrutturando materialmente e intellettivamente qualsiasi ideologia, comprese le nostre stesse “prese di posizione”, qualora noi stessi ne facessimo un’angusta, mal digerita e cieca interpretazione sacra, religiosa e fanatica, o un’inconscia, o conscia, tendenza autoritaria e autoritativa.
Come minoranza nella minoranza rivoluzionaria diffidiamo recisamente del culto delle “masse” (concetto, tra l’altro, di gran lunga superato dagli stessi mutamenti reali e oggettivi avvenuti nella composizione economica e sociale tecnologica attuale), ma su basi attrattive del nostro pensiero e della nostra azione, al mito del quantitativo opponiamo sempre la ferocia del qualitativo. La nostra attenzione rivoluzionaria anarchica volge, inizia e ritorna sempre all’individuo, alla sua libertà integrale e alla sua autonomia, e soprattutto alle sue potenzialità. In tal senso, ciò che conta sono le possibilità che gli individui in rivolta si danno e in esse le scelte che gli stessi compiono, gli impegni che gli esclusi liberamente contraggono con se stessi e in relazione agli altri per emanciparsi ed autonomizzarsi e riprendersi in mano la propria vita, volti ad assumersi la responsabilità diretta della propria esistenza e la gestione autonoma della medesima su tutti gli ambiti del quotidiano, orizzontalmente, in concorso ed in cooperazione e solidarietà reciproca con gli altri interessati. Per questo riteniamo che non vi sia alcun fine definito e definitivo per l’individuo, se non l’individuo stesso, ovvero la sua piena e completa realizzazione nella libertà, con l’estensione di tutte le sue facoltà, dei saperi e delle passioni, in un miglioramento continuo di sé attraverso i rapporti e le interazioni sociali e solidali che orizzontalmente, nel rispetto reciproco delle differenze, stabilisce con gli altri individui altrettanto liberi, in un vasto accrescimento di possibilità per se stessi e per gli altri, lungo l’incessante ricerca di orizzonti sempre più ricchi e desideranti, direttamente protagonista e unico padrone e fautore della propria vita, senza più catene e senza più paura di consumarsi nel vasto oceano della libertà.
In questa società, totalmente gestita e dominata dall’organizzazione del potere e dell’autorità, se prima non si distrugge e si abbatte radicalmente tutto questo sistema fin nelle fondamenta, e al contempo s’innesca, col pensiero e con l’azione, il processo insurrezionale sul cammino della rivoluzione sociale, è mera illusione credere di poter iniziare a “costruire” alcunché in termini di autogestione sociale anarchica creatrice, perché qualsiasi sperimentazione in tal senso, salvo isolarsi fra nicchie di amici o morire per autoconsunzione, o esser repressa dal potere se considerata scomoda per le idee teoriche e pratiche che diffonde, verrebbe subito, in qualche modo, fagocitata e assorbita, insieme ai suoi componenti, all’interno della stessa rete statale e capitalistica dominante. Ecco perché nel qui ed ora del presente l’autogestione anarchica sul cammino della liberazione inizia nella distruzione.
Le rotture da innescare nello scontro sociale contro l’intero sistema di dominio, partono sempre dal punto in cui ognuno si trova, dalle condizioni che vive, dalle scelte che ciascuno contrae con se stesso e poi, conseguentemente, dai modi di rapportarsi, comprendere e intervenire all’interno dei conflitti sociali, tra gli sfruttati e gli esclusi; senza mai farsi sopraffare dagli accadimenti o finir poi col cedere a compromessi o a ingenue e strumentali moderazioni o nascondimenti che non ci appartengono ma che, invece, sono proprie di tutte quelle forze miglioriste, parlamentari, borghesi e riformiste che, per i loro precisi scopi, non certamente rivoluzionari e sovvertitori dell’esistente, si mobilitano furbescamente sull’onda di un ben costruito “senso comune” sul malessere diffuso, scatenando dei movimenti d’opinione che fungono da “cuscinetto” di mediazione all’interno dei conflitti sociali, il cui scopo è unicamente quello di accaparrarsi politicamente e strumentalmente porzioni di pilotato consenso atto a creare e a diffondere, oltre alle tante menzogne democratiche, ulteriori logiche statali, reazionarie, divisioniste, legalitarie, nazionaliste e giustizialiste, volte alla gestione, al governo e al dominio della realtà economica, sociale, politica, culturale ecc. in cui si vive, aprendo così la strada a nuovi leader, dirigenti e farabutti di ogni sorta, e a nuove forme di potere e di autorità in concomitanza e in cogestione con quelle già presenti.
Nessun compromesso dunque, e nessuna esitazione.
Ieri come oggi, siamo e saremo ogni giorno in guerra aperta contro il sistema di dominio statuale, capitalistico, tecnologico e religioso in tutte le loro forme e manifestazioni e, qualsiasi sia la composizione che i governi si danno, siano essi di natura democratica o dittatoriale (o in qualsiasi modo si vogliano definire od organizzare), ci troveranno sempre avanti a combatterli col ferro e col fuoco fin nelle fondamenta.
Anche se i padroni, i governi, l’organizzazione ipertecnologica-capitalistica e lo Stato, con il suo potere politico, poliziesco, giudiziario e militare, liberticida per fondamento, continueranno sempre a far di tutto per difendere i propri privilegi e per cercare di fermare i rivoluzionari e gli insorti con l’impiego di tutte le loro forze e mezzi, sappiano lor signori che noi non claudichiamo, anzi, ogni qualvolta sarà possibile, risponderemo loro colpo su colpo, senza indugi, sempre più convinti, mossi da qualcosa a loro completamente estranea e che non si trova in vendita nei loro supermercati o nei loro scranni di potere, qualcosa il cui valore non ha prezzo benché richieda un prezzo molto alto da pagare, e per cui vale la pena di lottare fino in fondo e senza remore: il suo nome è dignità.
Costantemente ai «ferri corti con la vita», unici padroni e giudici di noi stessi, nella rottura con l’esistente e nella nostra radicale negazione, non abbiamo esitazioni nell’opporre contro la violenza strutturale, schiavizzante e sfruttatrice, dello Stato e del capitale, la violenza rivoluzionaria insurrezionale anarchica liberatrice, sempre e ovunque, in tutte le sue svariate forme e manifestazioni.
E’ bene infine che lor signori ricordino che per quanto preventiva sia la loro difesa militare e poliziesca, sia interna che esterna allo Stato, essi non riusciranno mai a distruggere l’anarchia o a contenere la diffusione dei suoi principi e delle sue pratiche perché «… le sue radici sono troppo profonde; essa è nata nel seno stesso di una società putrida che si sfascia; essa è una reazione violenta contro l’ordine stabilito. Essa rappresenta le aspirazioni egualitarie e libertarie che battono in breccia l’autorità odierna; essa è dappertutto e ciò che la rende inafferrabile finirà coll’uccidervi.» (Emile Henry)
E in tutto questo ritroviamo senza indugi il senso più proprio della nostra solidarietà fraterna e rivoluzionaria con tutte le compagne e i compagni che, sia fuori che dentro le carceri, ovunque nel mondo, ogni giorno, non si risparmiano e continuano a dare tutto se stessi nella e per la lotta anarchica insurrezionale, con coraggio, fierezza, perseveranza e generosità…
In alto la mente e i cuori!
Né Dio né Stato, né servi né padroni!
La resistenza anarchica è appena agli inizi!
Michela Ortu e Pierleone Porcu
[Tratto dal sito internet autistici.org/cna e ivi pubblicato a settembre 2016. Pubblicato anche nel numero 3 dell’ultima edizione di Croce Nera Anarchica, 2017]
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La cassa di Croce Nera Anarchica cambia iban

Per tutti coloro che intendessero effettuare dei versamenti sulla cassa di Croce Nera Anarchica segnaliamo che è stato cambiato l’iban. Di seguito i nuovi dati necessari.
Agenzia: Poste Italiane
Intestato a: Omar Nioi
Iban: IT06E0760105138289167089173
Codice BIC per versamenti internazionali: BPPIITRRXXX
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Alcune considerazioni sul libro “Anarchici e Anarchia in Calabria”

E’ uscito di recente, per le Edizioni Erranti di Cosenza, il libro Anarchici e Anarchia in Calabria di Antonio Orlando.
Si tratta di una riproposizione di studi condotti dallo stesso autore, già pubblicati in “Chico il professore”, “Un anarchico errante: Luigi Sofrà” e rimodulati su testi già esistenti come “Breve storia dell’anarchismo calabrese” o su materiale presente in archivi e riviste d’interesse storico. Nulla di nuovo, insomma. Ci era già capitato di leggere il materiale qui raccolto ed averne rilevato diversi punti critici che qui approfondiremo.
Intendiamo, sin da subito, soffermarci sulla pretensiosità del titolo. L’espressione Anarchici e Anarchia in Calabria fa pensare ad un’analisi delle diverse sfaccettature del pensiero anarchico e delle proiezioni che esso ha avuto su un territorio sfruttato e colonizzato come quello calabrese. Fa pensare ad un contributo teorico e pratico che gli anarchici calabresi avrebbero portato nelle discussioni o messo in atto con le loro azioni. Nulla di tutto ciò si trova nel libro. Nella prefazione si legge che il pensiero anarchico non è “il centro della ricerca” condotta da Orlando, ma l’intento è quello di mostrare “una galleria di personaggi nella quale (…) è possibile trovare di tutto” (p. 7). Perchè allora attribuire questo titolo visto che non soddisferà le aspettative dei fruitori?
In Calabria, come dappertutto, non è possibile ascrivere la storia dell’anarchismo ad una ufficialità che riconosca autorità accademiche ed istituzionali come punto di riferimento. Non vogliamo e non possiamo limitarci a ricostruire dalle carte ufficiali il nostro passato. Non intendiamo barcamenarci tra i contrappesi e gli equilibri forzati della storiografia, né illuderci di recuperare determinate esperienze, attraverso una “narrazione” di comodo. Studiare e ricercare la “dimensione anarchica”, in un dato periodo ed in un dato territorio, è complesso e non può essere fatto attraverso gli strumenti che il potere offre o gli spazi che lascia utilizzare.
Tornando al volume Anarchici ed Anarchia in Calabria, prendiamo atto che non vi è traccia di anarchismo tra i vari capitoli che lo compongono, ma questo ce lo aspettavamo. Avendo letto le pubblicazioni che lo precedono, sappiamo benissimo di trovarci davanti ad una semplice documentazione storica più volte rimasticata; uno dei tanti tentativi di proporci figure di anarchici che contribuiscono al bene comune e allo sviluppo della democrazia. Anarchici sì, ma depotenziati, disarmati della forza storica del pensiero anarchico. Personaggi resi presentabili, spendibili; dalle vicende personali turbolente ma strumentalmente e momentaneamente “stralciati” dalle “convulsioni”, “dal frasuono” e dal “rumore” presenti altrove. Leggiamo dietro questo tentativo di rimodulare la luce dei riflettori della storiografia su singoli aspetti, istituzionalizzando alcune figure dell’anarchismo, la voglia di recuperare nelle sfere dell’accettabilità del dominio alcuni personaggi storicamente utili, da un punto di vista propagandistico, esaltandone, però, come sinonimo di grandezza d’animo, alcuni aspetti parziali della loro vita. E veniamo allo specifico.
L’elemento sul quale è interessante soffermarsi non è certamente relativo a qualche peculiare aspetto dell’opera, certo ci spiace non leggere l’apparato bibliografico dell’ultimo capitolo, anche se ci si rende conto della difficoltà che la vicenda dei cinque anarchici presenta coi suoi tanti lati oscuri, né è qui interessante esprimere giudizi di valore sulle figure degli anarchici calabresi tratteggiate nel volume, né discutere sulla questione dell’esistenza o meno di un movimento anarchico in Calabria. Nemmeno è utile rilevare che l’opera si ferma a inizio degli anni settanta e, pur venendo citato il testo di F. Di Gioia Storie nostre che tratta ampiamente le vicende degli anarchici calabresi fra gli anni settanta e ottanta, non si va oltre la vicenda dei cinque anarchici. Quella che vogliamo qui discutere è la sensazione finale che si ha a seguito della globale lettura di Anarchici e anarchia in Calabria. L’immagine degli anarchici che nacquero e vissero in Calabria appare quella di gruppi che affrontano “dotte disquisizioni filosofiche, morali e religiose (…) pranzi luculliani” (p. 67) e che dopo “lunghi anni di inutili, vane e retoriche predicazioni” (p. 66) giungeranno alla definitiva distruzione del movimento anarchico (cfr. Ibidem) . In definitiva questi compagni appaiono come incapaci di trattare questioni concrete perchè persi “dietro vaghe enunciazioni di principio” (p. 71), mentre “altri assumevano pose da eroi romantici o da liberi pensatori” (Ibidem). La loro attività di oratori appare all’autore paragonabile a quella di novelli apostoli (p. 67; p. 261) e non mancano fra loro coloro i quali erano forniti di “virtù laiche” (p. 335). Secondo l’autore, inoltre, vi sono esempi di buoni anarchici, Orlando sottolinea come “l’esperienza amministrativa di Sofrà a Galatro è certamente la più originale forma di partecipazione degli anarchici a un’attività di gestione all’interno di una istituzione pubblica” (p.52). Lo studioso però si rammarica del fatto che “l’interessante esperimento di Galatro non ha, purtroppo, alcun seguito” (p. 66). In altri termini ci pare di capire che gli anarchici sono da esaltare quando prendono parte al processo democratico in atto, quindi offrono le loro capacità al servizio della gestione della cosa comune, quando però entrano nel merito delle discussioni ed esprimono pensieri identitari allora il discorso si fa diverso e ripetono il loro “classico ritornello” (p.148). Nell’intero libro, inoltre, si pone attenzione ad operare dei distinguo. Se gli anarchici partecipano a delle attività con gli altri partiti di sinistra allora esprimono posizioni degne di nota (cfr p. 69), seminano bene (cfr. p. 349); in altri casi sono troppo idealisti (cfr p. 226) , eccentirci e bizarri (cfr. 39) se non addirittura “dilettanti, pasticcioni, inesperti giocati e manovrati da funzionari di polizia” (p. 290). Tuttavia, il pensiero che anima l’intera opera si può riassumenre nella vicenda che riguarda il processo per la bomba al Teatro Diana di Milano. Le carte giudiziarie videro coinvolti numerosi anarchici, alcuni dei quali collaboratori di Umanità Nova; ebbene, l’intero capitolo si fonda sul fatto che in merito alla vicenda ebbe modo di esprimersi anche Gramsci in persona, il quale offrì l’aiuto di un suo avvocato, il calabrese Repaci, che difese uno degli imputati, Ustori, vicino al giornale fondato da Malatesta. Gramsci, infatti, riteneva necessario “separare le posizioni di alcuni militanti per evitare le speculazioni imbastite ad arte dalla polizia e dai fascisti” (p. 238) . L’attenzione è quindi posta prevalentemente su Ustori poiché egli rappresenta “l’anello di collegamento tra il gruppo dei militanti anarchici regolarmente inquadrati nelle fila del movimento e il gruppetto degli <<individualisti>> accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato” (p. 240). L’intero capitolo si snoda intorno alla lungimiranza di Gramsci e l’affidabilità di Repaci; di contorno alcuni anarchici sprovveduti ed ingenui. Di fronte a queste valutazioni di merito non emerge l’interesse per la vicenda in sé, quanto piuttosto è effettuata, a nostro giudizio, una operazione che in realtà si sconfessa fin dalle prime pagine dell’opera. Da un lato, ci sono gli anarchici buoni e ammaestrati che partecipano alla democrazia, alla costruzione della civiltà; dall’altro lato, le belve feroci coi loro gesti teatrali e le vite eccentriche; in mezzo, un pensiero vago, dottrinale, avulso dalla realtà. “Dire la verità al potere” è storicamente una pratica rara e più un gruppo sociale è subordinato, tanto più impenetrabile è la sua maschera. Se dovessimo dare l’idea della dimensione in cui ci si muove nel delineare la storia degli anarchici, si potrebbe paragonare il tutto alla ricostruzione di un quadro, la cui cornice è inadeguata poiché falsata dalla volontà di chi l’ha costruita e il cui disegno è volutamente intriso di zone d’ombra: da una parte, il potere che cerca attraverso i suoi collaboratori di confezionare ad arte delle verità; dall’altra, tanti compagni e compagne che volutamente ne sabotano la ricostruzione. L’anarchismo non si mostra con un’unica faccia né nella storia né nel presente, tanto meno è possibile una sua reductio ad unum nell’alveo del socialismo. Questo libro, dunque, va preso per quello che è: un’ operazione commerciale che vuole richiamare a mezzo del titolo e della composizione grafica, la curiosità di chi vuole saperne di più sull’anarchismo calabrese, ma almeno in noi la sensazione destata dalla lettura è una sola: un ritratto di anarchici fatto da un punto di vista istituzionale, paternalistico, “sinceramente democratico”; si tratta di una ricerca dalle tinte deterministe che rafforza esclusivamente le pratiche di uno storicismo scontanto, accademico, da tirare fuori nelle ricorrenze. Da una parte, ci dice che il pensiero e le azioni anarchiche sono stati un imprescindibile passo verso l’emancipazione collettiva; dall’altro vorrebbe recuperare singole figure e singoli fatti per incasellarli in una storia comune, riconosciuta e condivisa dai sinistrati. Riteniamo ciò alquanto ipocrita e fuorviante.
Alcuni anarchici dalla Calabria
[Tratto dal sito internet fuoridallariserva.noblogs.org]
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Pensiero e azione. Seconda fiera dell’editoria anarchica

Due giorni di diffusione e propaganda delle idee anarchiche. Due giorni di libri, incontri, presentazioni e discussioni per parlare della storia e dell’attualità del pensiero e dell’azione anarchica, del legame indissolubile che le unisce e della loro capacità di incidere nel mondo nella prospettiva di cambiarlo.
Sabato 22 settembre
Ore 15.00: Apertura della fiera e degli stand di stampa anarchica e aperitivo.
Ore 17.00: Anarchici di Bialystok 1903-1908, ed. Bandiera Nera, 2018.
Presentazione del libro a cura degli editori e discussione.
Ore 19.00: Arditi, non gendarmi! Dalle trincee alle barricate: arditismo di guerra e arditi del popolo (1917-1922), di Marco Rossi, ed. BFS, 2011.
Presentazione del libro a cura dell’autore e discussione.
Ore 21.30: Cena benefit.
Domenica 23 settembre
Ore 11.00: Apertura della fiera e degli stand di stampa anarchica.
Ore 13.30: Pranzo benefit.
Ore 17.00: Controindagine (minima) di un malato sul “male incurabile”. Della patogenesi sociale e dell’eziologia politica del demone-cancro, di Franco Cantù, ed. Nautilus, 2017.
Presentazione del libro a cura dell’autore.
Vaccinare i nostri figli? Il punto di vista di tre medici, della dott.ssa Françoise Berthoud, ed. La Tana, 2018. Presentazione del libro con i curatori.
Discussione a più voci sulla medicalizzazione e il controllo dei corpi da parte di istituzioni e autorità scientifica come forma di controllo sociale e repressione della libertà individuale.
Ore 19.00: Sul prelievo del DNA e la codificazione dell’esistenza.
Un approfondimento sul prelievo coatto del DNA all’interno delle carceri e sul progetto di schedatura di massa degli individui, a cura di Anarchiche e Anarchici contro la schedatura genetica.
Ore 21.30: cena benefit.
Biblioteca Anarchica Occupata “Disordine”
Via delle Giravolte, 19/a – Lecce
e-mail: disordine[at]riseup.net
In caso di maltempo gli incontri si terranno all’interno della biblioteca.
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Pronto, Pronto?

Per affrontare l’argomento complesso quanto sconsolante che viene spesso definito «perdita del linguaggio», forse potremmo partire da qualche esempio. Sebbene molto utilizzato, non sempre è il modo più onesto di procedere. Nello scegliere gli esempi, infatti, si può facilmente falsare il ragionamento o magari portare il lettore o l’interlocutore a conclusioni già preesistenti nella mente di chi scrive o parla. Partire dall’esempio, da ciò che comunemente viene chiamato «un fatto», sottolinea il più delle volte una deduzione logica che cammina su un solo piede: si sceglie il «fatto» per arrivare più facilmente ad una conclusione. Ma il ragionamento diventerebbe monco se un altro «fatto» venisse preso come punto di partenza. Da notare che le discussioni o i dialoghi girano spesso a vuoto proprio a causa di tali procedimenti: viene sollevato un fatto per «provare» una tesi, un altro viene sollevato per contestarla, e così via… Alla fine, la discussione ristagna perché non riesce ad andare oltre, verso un dialogo reciproco sulle idee, cosa ben diversa da un duello di fatti, sempre interpretabili e re-interpretabili a volontà, con l’ausilio delle acrobazie del linguaggio.
Ciò detto, procediamo con brio. Poniamo che alcuni anarchici si ritrovino in una piazza a distribuire volantini contenenti un testo con un linguaggio conciso, che parlano di qualcosa che è accaduto (una rivolta, una bella azione diretta, l’annuncio di un progetto del potere, una repressione particolare, poco importa), che bene o male analizzano il contesto in cui la cosa ha avuto luogo e che arrivano, talvolta a colpi di slogan un po’ scontati ma non sempre, a proporre in quella piazza un ragionamento o un’evocazione delle loro idee generali contro questo mondo e sulla vita. Siamo veramente sicuri che un tale volantino possa ancora essere compreso? Perché per arrivare ad una «comprensione» (a titolo contro-informativo, per sollevare i cuori e le braccia, per cercare complicità, per identificare il nemico, poco importa), sono comunque necessari alcuni elementi di base. Ciò che per l’uno è un «fatto che è successo» non lo è necessariamente per l’altro, perché non può collegare l’evocazione di quel fatto con nulla di quanto abbia visto su youtube e seguito sulla sua bacheca facebook. Per quanto riguarda l’analisi di quel fatto, alcuni strumenti della ragione sono altresì indispensabili — è difficile cogliere un’analisi unicamente col sentimento — come i procedimenti logici o una certa capacità di concettualizzare, al fine di poter passare da un fatto ad un contesto o di poter mettere in relazione due fatti singolari. Una tale lettura finalizzata alla comprensione di un semplice volantino, pur essendo ovviamente diversa a seconda di ogni individuo, richiede inoltre un minimo di tempo e una certa concentrazione. Infine, per effettuare il salto dall’analisi all’ambito delle idee, si impongono all’individuo altre esigenze ancor più stravaganti: immaginazione, astrazione, creatività, capacità di ragionamento… Insomma, siamo davvero sicuri che il nostro volantino possa ancora essere compreso?
In passato, nonostante il loro numero sovente limitato, gli anarchici hanno prodotto incredibili quantità di carta. Volantini, giornali, riviste, opuscoli, libri. Accanto all’agitazione orale, venivano usati tutti i mezzi scritti per far vacillare le certezze, nutrire le menti, scuotere il pensiero, spezzare le catene della superstizione e del pregiudizio, diffondere l’idea. Al confronto, malgrado il loro numero spesso ben più superiore, socialisti e comunisti non si sono impegnati in maniera così insistente e stupefacente quanto gli anti-autoritari.
Certo, la lotta contro l’analfabetismo non è stata condotta solo dagli anarchici. Socialisti, progressisti, filantropi ed a partire da un certo momento anche religiosi se ne sono occupati. Infine, con la crescente necessità del capitalismo di disporre di una manodopera leggermente più istruita, con la tendenza dello Stato a rafforzare sempre più il suo controllo sugli individui al fine di trasformarli in «cittadini», specialmente attraverso l’educazione scolastica e, perché no — non siamo pii credenti del solo determinismo economico — con una certa volontà liberale di emancipare i «poveri di spirito», l’analfabetismo non è più stato considerato dal dominio una virtù, ma una piaga. Ovviamente, saper leggere e scrivere non è una capacità «neutra». È intrinsecamente legata al linguaggio, che a sua volta è «creatore di mondi». Le campagne di alfabetizzazione e scolarizzazione di quasi tutte le popolazioni europee non hanno quindi dato il risultato tanto atteso dagli anarchici del secolo scorso: piuttosto che menti libere ed emancipate, con idee proprie e dotate di facoltà di ragionamento e d’immaginazione, ciò che è venuto fuori dalle scuole e dalle loro caserme sono stati generalmente esseri obbedienti e indottrinati.
Se ciò non ha impedito l’esplosione di grandi sollevamenti contro l’esistente — la voce del ventre, della miseria e dell’oppressione ha le proprie ragioni — la mancanza di spiriti liberi e di individualità ha tuttavia costituito un limite enorme nel momento dell’arrivo di nuovi poteri: l’adesione popolare ai fascismi, l’accettazione dello spossessamento dei soviet da parte dei bolscevichi o della partecipazione della CNT al governo per trasformare la rivoluzione in guerra, non si spiegano solo con i rapporti di forza o con basse considerazioni tattiche. Di fronte alle logiche del quantitativo e dell’efficienza, la libertà di spirito individuale è ciò che consente sia di mantenere una visione critica, anche su ciò che ci è vicino al di là di ogni ideologia, e sia di aprire le porte verso altri mondi, verso altre possibilità diverse da quelle dettate dai bisogni materiali, tecnici o militari. Una piccola qualità indispensabile per approfondire qui e ora l’agire contro questo mondo, così come per evitare i tranelli ​​della facilità e della riproduzione del potere, una volta messo con le spalle al muro dai grandi sconvolgimenti sociali.
E se questo problema era già presente nel secolo scorso, cosa possiamo aspettarci oggi, nel mondo attuale, in cui la voce e l’immaginario del potere non sono più dotati solo di scuole, ma anche di televisori in ogni casa, di telefoni intelligenti in ogni tasca, di un incessante bombardamento di flussi di «fatti» e «informazioni»? Di incontrare spiriti liberi ed emancipati?
Il fatto che la capacità di leggere e scrivere non dica in fondo granché, è dimostrato da ciò che ormai è definito «analfabetismo funzionale», ovvero la capacità di leggere e scrivere accompagnata da una incapacità di comprenderne il significato. Se vogliamo per un istante dimenticare il nostro orrore delle statistiche — per quanto sembrino confermare il nostro vissuto quotidiano —, questo fenomeno starebbe sommergendo il mondo assumendo proporzioni di pandemia. In Francia, oltre il 60% degli adulti ne sarebbe interessato, mentre in Italia e in Spagna i tassi sfiorerebbero l’80%. Stupore, perché ciò vorrebbe dire che meno di una persona su due sarebbe ancora in grado non di leggere, ma di cogliere il significato di un discorso, di un’analisi, di un’idea. È davvero così? Difficile da dire. Ma quando constatiamo quotidianamente che le idee anarchiche hanno, ancor più che nel passato, pochi immaginari collettivi a cui ricorrere per facilitarne la comprensione, la «perdita del linguaggio», la perdita del «linguaggio della ribellione», diventano innegabili. Come dialogare, scambiare, discutere, approfondire, nutrire la mente, esacerbare l’immaginazione quando la persona che ci sta davanti non coglie il significato generale di ciò che diciamo, ma ne afferra al massimo un dettaglio particolare (il che, detto per inciso, è una sindrome che si manifesta sempre più spesso nelle assemblee anti-autoritarie)? Quando non esiste un mondo interiore a cui collegare ciò di cui vogliamo parlare? Quando il linguaggio è a volte privo di vocabolario, o quando questo diventa essenzialmente funzionale? Quando in aggiunta a tutto ciò, in materia di idee anche vaghe e generali, si mescolano i grandi trafficanti di senso come i predicatori religiosi, i confusionisti youtuber, o gli abbreviatori di tale o tal’altra applicazione (del tipo snapchat o whatsapp, per essere chiari)? Quando il luogo del detto e della parola viene respinto ad esclusivo beneficio dell’immagine?
Quando un fenomeno assume una tale portata, la nostra mente scettica non può accontentarsi di liquidarlo nel lungo elenco della stupidità umana. È la differenza tra una rissa fra due persone che si picchiano per una ragione che può sfuggirci, e milioni di persone che si uccidono a vicenda durante una guerra. La prima situazione può provocare un’alzata di spalle, è un incidente che capita sul cammino della vita, né più né meno. La seconda situazione ci incita necessariamente a voler sondare le ragioni di quella guerra, gli interessi, i meccanismi che sono in gioco. Allora, in un mondo in cui prevale il valore dell’«informazione», come è possibile che l’oscurantismo nella sua versione «analfabetismo funzionale» sembra essere diventato la nuova norma? Così come l’introduzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è comparsa negli anni 80, ed è stata effettivamente pensata come un superamento dell’antagonismo di classe derivante da un certo modello di capitalismo industriale (le grandi fabbriche, le grandi concentrazioni di proletari che vivono in condizioni simili, facilitando la possibilità dell’emergere di comunità di lotta che si oppongono alla classe ben circoscritta dei padroni), ed era quindi un progetto del dominio, la distruzione del linguaggio diverso da quello funzionale allo Stato e al capitale a nostro avviso deriva anch’esso da un progetto. Se è impossibile prevenire — cioè impedire che si manifestino — le febbri di rabbia contro il vuoto assoluto di questo mondo o contro la sua sanguinosa ferocia, rimane di certo possibile prevenire l’emergere, la diffusione, la contaminazione di idee rivoluzionarie ed emancipatrici.
In passato, gli anarchici venivano inviati alla Guyana solo per aver distribuito un volantino (grazie alle leggi scellerate). I giornali venivano sequestrati, i loro redattori o amministratori gettati in prigione. Lo Stato imperversava censurando, ostacolando la diffusione, rinchiudendo i propagatori e gli agitatori dell’idea. Oggi, non solo può continuare a far ciò in base ai suoi bisogni (anche in Europa; è una costante della repressione prendere di mira coloro che animano locali, pubblicazioni, iniziative), ma dispone inoltre anche di strumenti formidabili per tagliare, dall’altra parte, la potenziale ricezione del messaggio. Distruggendo la capacità umana di comprendere il significato, il senso di un’espressione, il dominio mina anche la potenzialità che la sua rabbia, la sua rivolta si faccia idea, visione, sogno. Creatore di mondi, il linguaggio — orale o scritto — è uno dei veicoli, ci piaccia o no, attraverso cui passa «l’elevazione individuale della mente». E per distruggere il dominio, non abbiamo bisogno solo della dinamite e della rivolta, ma anche di questa «elevazione».
Per tornare al nostro esempio iniziale, è sempre meno certo che la nostra agitazione scritta possa ancora venire compresa, in ogni caso non da sola (e ancor meno quando idea e azione non si alimentano più come vasi comunicanti). Dobbiamo allora rinunciarvi, dobbiamo rassegnarci al progetto del dominio di abbrutimento dello spirito umano? Sicuro, potremmo farlo. Ma finché ci siamo, andiamo fino in fondo. Basta libri (ad ogni modo ce ne sono già tanti, bastano al pugno di anarchici che tentano ancora di appropriarsi del loro contenuto), basta riviste e bollettini (a che serve la teoria?), basta occasioni per scambiare e dibattere (solo gli sbirri se ne interessano), limitiamoci ai fatti e al concreto. E il clamore della nostra agitazione si muterà in sussurri, ed i sussurri in silenzio, e il silenzio alla fine concluderà l’idea. Storia finita. È una china fatale.
Oppure, preferendo l’esagitato che cerca tenacemente di abbattere i mulini a vento al piccolo ragioniere che ci vede poca efficacia e soprattutto solo illusioni, non possiamo non tener conto della progressiva distruzione del linguaggio. Se rifiutiamo le soluzioni, sempre più sostenute persino da alcuni anarchici (i militanti di sinistra non avevano esitato un secondo), che consistono grosso modo nell’adattarsi al «livello» di questo mondo — trasformando l’idea in immagine, riducendo l’analisi ad alcuni slogan premasticati, ripetendo banalità pensando di usare un linguaggio «chiaro e conciso» — quale avvenire è riservato all’agitazione anarchica?
Nel rileggere le pubblicazioni del passato, vi troviamo non solo l’amore per l’idea e un linguaggio che è per l’appunto «creatore di un mondo», ma il più delle volte anche un linguaggio «chiaro e conciso» che non ha il gusto amaro della banalità. La confusione era ovviamente diffusa anche tra gli anarchici, ma si cercava instancabilmente di superarla piuttosto che di mantenerla. Ci si dirà che ciò corrispondeva a un mondo che oggi non c’è più, un mondo in cui si lottava accanitamente, dove il nostro sangue scorreva spesso, così come quello dei nostri nemici, dove degli immaginari collettivi accompagnavano gli accessi di febbre. Questo è vero, e non si può resuscitare un passato che in ogni caso non può ritornare.
Ma perché ciò dovrebbe impedire alla nostra agitazione di continuare ad accarezzare gli stessi slanci di vita: combattere i luoghi comuni e i pregiudizi del tempo, rafforzare le capacità di ragionamento e la sensibilità degli individui, identificare il nemico e abbozzare dei suggerimenti su come colpirlo, infrangere le porte del realismo per incitare ad avventurarsi nelle vaste pianure, negli oceani tempestosi e sulle maestose montagne dell’idea, dell’utopia? Non foss’altro perché rinunciarvi non farebbe che portare acqua al mulino del progetto di abbrutimento del dominio.
[Avis de tempêtes, n. 8, 15 agosto 2018]
[Tratto dal sito internet finimondo.org]
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Exposition «Contre la guerre, contre la paix, pour la révolution sociale»

« Vous cherchez une querelle, gouvernants, craignez de n’avoir la guerre. Non pas celle qui vous intéresse, qui nous décime, qui sème les cadavres des nôtres dans les fossés ; qui, vainqueurs ou vaincus, nous laissent toujours prisonniers des lois, des patrons, de la misère, de l’ignorance…
Mais l’autre, LA GUERRE, la véritable, celle dont les escarmouches se dessinent de loin en loin, dont les combats parfois rougissent les pavés, mais dont il ne saurait tarder de voir s’ouvrir les terribles assises, mettant enfin toutes les forces des combattants face à face.
Il en est qui parlent POUR LA PAIX, moi je parle POUR LA GUERRE. Pour cette guerre qui ne jette pas les hommes aux frontières — la révolution n’en connaît pas — mais qui les dresse contre l’oppresseur de tous les jours, en tous les pays. Et j’ai le désir que cette guerre ne se termine qu’avec la fin de l’autorité, de l’ignorance et de la misère…, dût cette victoire s’étayer sur nos cadavres.
Que cette guerre soit, de notre part, sans pitié, comme sans haine… la vérité ne saurait avoir ni l’une, ni l’autre. »
– Albert Libertad, dans l’anarchie, n° 46, 22 février 1906
Cette exposition a été réalisée à l’occasion de Temps d’Encre, rencontres autour de publications anarchistes, le 23 & 24 juin 2018 à Montreuil (Paris).
L’exposition, en affichettes format A2, est désormais téléchargeable en PDF ici.
[Tratto dal sito internet tumult.noblogs.org, delle edizioni Tumult, Contributions anarchistes à la guerre sociale]
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Avis de tempêtes, numero 8

Per scaricare l’ottavo numero di Avis de tempêtes, bollettino anarchico per la guerra sociale (15 agosto 2018), cliccare qui.
https://avisdetempetes.noblogs.org
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Staccare la spina!

È un’espressione entrata nel linguaggio comune, che può avere svariati significati. Può indicare l’interruzione dell’alimentazione di una macchina, come quando si spegne l’apparecchiatura che continua a mantenere artificialmente in vita chi è già considerato clinicamente morto. Analogamente, può indicare l’atto con cui si provoca la fine di qualcosa che è in profonda ed irreversibile crisi. Insomma, si stacca la spina ai malati terminali come ai governi senza consenso. Ma può anche indicare la cessazione di un lavoro particolarmente stressante, i cui ritmi serrati non permettono di dedicarsi a se stessi e la cui routine ci impedisce di vivere, concedendoci al massimo di funzionare. Si stacca la spina quando non si hanno più speranze: speranze di vita, di gioia, di dignità.
Quando non c’è più vita — vita reale, autentica, non un suo surrogato — c’è solo una cosa da fare: staccare la spina. Per morire definitivamente, forse. Ma anche e soprattutto per trovare il tempo e la possibilità di ricominciare a vivere.
Questa civiltà è un malato terminale. Funziona ancora, occasionalmente, ma non vive più. Può gonfiare portafogli, ma non può far battere il cuore. Si mobilita per incrementare bisogni, ma non muove un dito per realizzare desideri. Organizza pubblici spettacoli, non esaudisce fantasie singolari. Risuona di pubblicità, mai di poesia. In un’esistenza trascorsa giorno dopo giorno all’inseguimento del denaro (e del potere), si finisce col perdere ogni gioia e fierezza. Allora, che senso ha permettere a questa civiltà di sopravvivere? Meglio staccare la spina, meglio interrompere il funzionamento delle sue macchine — che poi sono le stesse che permettono il funzionamento delle sue banche, delle sue caserme, dei suoi supermercati, delle sue industrie, delle sue questure, delle sue scuole…
È quanto sta accadendo sempre più spesso in Francia, ad esempio. E dato che i mass-media passano sotto silenzio o travisano le loro ragioni, talvolta sono gli stessi amanti della vita a prendere la parola.

L’eolico, la guerra e la pace

Nelle prime ore della notte del 3 agosto, nel nord Bugey, alcuni nottambuli s’avventurano su un crinale un tempo coronato dalle cime degli alberi, oggi dominato dalle macchine dell’industria eolica. È per esse che i ribelli sono usciti stanotte, per distruggerne una, o magari due. Si danno da fare e presto si ritirano nei boschi. Alle loro spalle, a circa 100 metri al di sopra del suolo, le fiamme cominciano a consumare la struttura con un crepitio metallico.
Il Bugey è già tristemente celebre per la sua centrale elettronucleare. Ahinoi, le infrastrutture dell’atomo non hanno l’esclusiva nella distruzione di queste contrade trasformate in risorse, preliminare della energia-merce. Qui la foresta è lacerata da linee elettriche e da strade sterrate, devastata da città e villaggi, con le loro segherie, cave, stazioni sciistiche… e ora col loro parco eolico.
Si può studiare attentamente un modo di produzione, analizzando un gran numero di parametri relativi. Si possono fare calcoli, analogie, paragoni, ipotesi, deduzioni. Si può anche considerare che tutti questi dati seri sono gli elementi del linguaggio di una mentalità tecnica e quantitativa, che questa stessa mentalità scientifica presiede ovunque all’amministrazione di persone e cose. Che non esistono energie alternative o rinnovabili. Total, Areva, EDF e Vinci sono tra i maggiori investitori nel settore eolico. Che esiste un solo leviatano che diversifica e ottimizza la sua produzione di megawatt. Una guerra insidiosa e devastante viene combattuta contro tutto ciò che non è ancora riducibile al capitale. Che lo si ignori o che lo si riconosca, essa ha conseguenze tragiche sulle nostre vite. Ribelli senza causa né speranza, entriamo in questa guerra consapevoli di essere niente, desiderando tutto. Vittoria e sconfitta non sono più nel nostro lessico, l’essenziale è altrove, si trova interamente nell’atto di combattere.
Di questa guerra, che si intensifica sugli sfruttati che resistono da molti anni, andiamo fieri e inviamo il nostro più alto rispetto a tutti i ribelli che lottano contro i nostri nemici. Grazie a te Burienne che combatti contro il nucleare e il suo mondo, a te a Briançon e dintorni, che vuoi distruggere le frontiere e mostri la più bella solidarietà internazionale, grazie alla Borie e tutti gli altri squat che sono altrettanti bastioni contro un ambiente mortifero in cui la legge ELAN è una nuova arma di distruzione di massa nei confronti delle occupazioni.
A tutti coloro che non hanno relegato i loro sogni sul cammino del rimpianto, grazie, le vostre battaglie ci ispirano.
Lo Stato è in guerra e dispone di mezzi illimitati per domare la ribellione (militari, sbirri, servizi segreti, media, scuola …). Finiremo, senza alcun dubbio, come molti dei nostri amici, compagni ed antenati, prigionieri di guerra come nemici della repubblica o uccisi da questa milizia. La prigione, arma di terrore utilizzata per dissuadere, reprimere e poi distruggere la nostra vita sociale. Il terrorismo di Stato si abbatte sulle classi più povere con questa arma che distrugge la nostra immaginazione, i nostri desideri, e quando il terrore psicologico non è sufficiente si spinge fino a distruggere le nostre carni. È spaventato, uccide, mutila e si serve delle peggiori tecniche di manipolazione di massa per pacificare la popolazione.
Ci sottraiamo alla passività e alla rassegnazione di fronte a questa guerra di cui non vedremo la fine.
Poiché le nostre vite sono condannate, combatteremo fino alla fine.
[https://nantes.indymedia.org/articles/42325]
Fatto particolarmente significativo, la libera circolazione dell’energia sta sviluppando una nuova forma di internazionalismo — una lotta senza frontiere. Ciò che avviene all’estero può trarre ispirazione anche da quanto accade sotto casa. Non ci credete?

Contro la loro energia che alimenta questo mondo disumano, azione!

«Ma sì, ma sì!» gridava. «E io l’andrò a scovare dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per farle sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria. Che ne dite, ragazzi, ci diamo subito una stretta di mano? Mi sembrate gente di fegato»
(Moby Dick)
Marzo 2018 – Nei dintorni di Cannes abbiamo mandato a picco, praticando dei buchi nella chiglia, l’imbarcazione a vela di un ingegnere affiliato alla Bonatti Spa, responsabile tra l’altro del gasdotto Tap in Italia.
Contro la loro energia che alimenta questo mondo disumano, azione!
Monsieur Simon, se non abbandonerà il suo posto perderà la casa oltre alla barca. Converrà con noi che non sarebbe vantaggioso.
Alcuni marinai anarchici superstiti di Kronstadt
[https://nantes.indymedia.org/articles/42347]
Dal che si deduce che l’energia è ovunque, che le infrastrutture energetiche sono ovunque, che i responsabili delle grandi opere energetiche sono ovunque. E che, se non staccheremo la spina a questo mondo infame, perderemo l’illusione oltre alla vita.
Converrete con noi che non sarebbe dignitoso.
[12/8/18]
[Tratto dal sito internet finimondo.org]
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